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| Osservatorio Nazionale sulle Banche del Tempo | ||
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ARCHIVIO Le CONFERENZE e le INIZIATIVE del vecchio Tempomat Di seguito si elencano le Conferenze, gli Incontri e i Convegni nazionali e interregionali organizzati da Tempomat di Associazione “Il Cittadino ritrovato insieme a Banche del Tempo o Enti pubblici: 1) Conferenza nazionale (n. 8 de "Il Cittadino ritrovato") "Mettere il tempo in Banca, esperienze e riflessioni sulle banche del tempo comunali" Bologna, 29 maggio 1995, c/o Aula Magna della Regione Emilia Romagna Patrocinio della Presidenza della Regione Emilia Romagna. Promossa dal Centro "Il Cittadino ritrovato". Programma: introduzione di A.Grisendi; relazioni di Grazia Colombo, sociologa; Giuliana Rossi (B.T. di Parma); Maria Matilde Tassinari (B.T. di Sant'Arcangelo di Romagna); Grazia Risicato (capo progetto B.T. dell'Ufficio tempi del Comune di Milano). Interventi di: Cristina Garattoni, Sandra Bonfiglioli e Maria Merelli. Gli Atti della Conferenza comprendono tutte le relazioni, le conclusioni e una rassegna stampa. Il successo di questa Conferenza e le richieste di informazioni, Atti e indicazioni sono state tali che il Centro "Il Cittadino ritrovato" ha dovuto programmare un nuovo incontro nazionale che si è svolto a Bologna nell'Ottobre 1995. 2) I° Incontro nazionale di lavoro (organizzato da "Il Cittadino ritrovato") "Come si fa a Organizzare una Banca del Tempo". Bologna, 18 ottobre 1995. Introduzione di A. Grisendi, interventi di Grazia Colombo, Rosa Amorevole, Eliana Rosa e Maria Matilde Tassinari di Sant'Arcangelo. Incontro concluso con Verbale e decisione di organizzare l'Osservatorio nazionale sulle Banche del Tempo, quale Sezione tematica dell'archivio generale del Centro. Gli Atti sono confluiti nel I° Dossier/Banche del Tempo. 3) II° Incontro nazionale di lavoro (organizzato da "Il Cittadino ritrovato") "Le caratteristiche di alcune esperienze straniere. Le Banche del tempo, dei lavori, delle ore. La nascita dell'associazione, la relazione con l'ente promotore o di sostegno. La realizzazione dell'Osservatorio nazionale delle Banche del Tempo chiamato 'Tempomat' ". Bologna, 28 Marzo 1996. E' stato condotto da Adele Grisendi. Le relazioni sono state tenute da Rosa Amorevole, Grazia Colombo e A.Grisendi. 4) III° Incontro nazionale di lavoro (organizzato da "Il Cittadino ritrovato") "Come si fa a fare funzionare una Banca del Tempo. Come si fa a consolidarla e quali relazioni può stabilire con le istituzioni e con altri soggetti" Bologna, 21 Novembre 1996. Riunione di lavoro e scambio valutazioni. Relazione introduttiva e risultati di una ricerca sulle BT esistenti svolta da A.Grisendi. Contributi di Rosa Amorevole e Grazia Colombo. 5) Festa-Convegno Europeo sulle Banche del Tempo "La Banca del Tempo, un'idea di tempo" Sant'Arcangelo di Romagna, 2 e 3 Maggio 1997. Convegno promosso congiuntamente a Banca del tempo e Comune di Sant'Arcangelo di Romagna, Amministrazione Provinciale di Rimini, Regione Emilia Romagna. Organizzazione e coordinamento di Eliana Rosa (B.T. di Sant'Arcangelo di Romagna) e Rosa Amorevole (formatrice-esperta B.T.). I° incontro nazionale tra tutte le B.T. italiane e confronto con l'esperienza inglese, francese e tedesca presenti a Sant'Arcangelo. Atti pubblicati da Maggioli Editore/Milano/1998 (vedi Bibliografia) 6) Incontro di presentazione e promozione delle Banche del Tempo nel Centro Sud d'Italia "Mettere il tempo in Banca" Roma, 20 Ottobre 1997, ospiti del Comune di Roma Incontro destinato a Associazioni, Gruppi, Comuni (soci e non de Il Cittadino ritrovato), B.T. delle Regioni del Centro Sud e Isole e a tutti coloro che hanno richiesto i Dossier di Tempomat. Atti comprendenti: a) Introduzione di Adele Grisendi; b) interventi di Mariella Gramaglia (Progetto B.T. Roma), Daniela Ducato (B.T. Guspini); Anna Vio (B.T. Catania), Antonella Cristiani (B.T. Pomigliano d'Arco), Anna Maria Cubeddu (Cgil Roma). 7) II° Incontro nazionale tra tutte le B.T. italiane "Le Banche del Tempo: da progetto a realtà" Firenze, 20 Marzo 1998, organizzato da Tempomat e da Ufficio Tempi e spazi del Comune di Firenze Incontro annuale di tutte le Banche del Tempo italiane (aderenti e no a Tempomat). Il primo è avvenuto in occasione della Festa Convegno di Sant'Arcangelo di Romagna/maggio 1997. Atti comprendenti: Relazioni di Cristina Bevilacqua (Ufficio Tempi di Firenze); Rosa Amorevole (AgeFor di Bologna); Paola Cogorno (B.T. Giratempo di Genova); A.Grisendi (Direttore di Tempomat); testi non corretti degli interventi. 8) Convegno nazionale con invito a tutte le B.T. italiane "Scambiare il tempo Vizio o Virtù" Padova 26 novembre 1998 organizzato dalla B.T. E dal Comune di Padova e da Tempomat. Gli Atti sono disponibili presso Tempomat (allegati al VII° Dossier). 9) Convegno per le B.T. e le scuole della Provincia di Cagliari " La Banca del Tempo a Scuola. Materne, elementari medie, superiori" Guspini (CA), 21 maggio 1999, organizzato dal Comune di Guspini per la Provincia di Cagliari con la collaborazione di Tempomat. Parte degli Atti è disponibile presso Tempomat. 10) Festa di Inizio estate delle B.T. italiane Alì Terme (ME), 21 giugno 1999, organizzata dalla B.T. e dal Comune di Alì Terme e Tempomat Il Manifesto e altri materiali consegnati nel corso della Festa sono disponibili presso Tempomat. 11) Convegno nazionale "Divertirsi e Discutere con le Banche del Tempo" Giano dell'Umbria (PG), 3-4 dicembre 1999 organizzato dalla Banca intercomunale di Castel Ritaldi e da Tempomat. I materiali relativi al Seminario del 4 dicembre sul tema "Le banche del Tempo e i loro rapporti con le altre associazioni presenti nel teritorio" sono disponibili presso Tempomat. 12) Convegno nazionale "Scambio Portavalore" Genova, 3 marzo 2000 organizzato da: Centro per le Pari Opportunità della Provincia di Genova, Banche del Tempo Giratempo, Le Ore d'Argento e da Tempomat. 13) Conferenza "Il tempo ci manca, apriamo una banca"(MI, giugno 2000) Interventi della IV Conferenza annuale Banche del Tempo italiane Apertura della Conferenza Intervento di Paolo Rusin (Coordinatore B.T. di Milano e Provincia) La Banche del Tempo sono state inventate dalle donne, dice il titolo della nostra conferenza. Infatti questo è avvenuto a Sant’Arcangelo di Romagna dove è nata la prima banca italiana fondata dalle donne. La B.T., però, è un progetto innovativo che si propone il fine di praticare e promuovere la solidarietà attraverso rapporti di reciprocità, senza distinzione di genere, di età, di reddito. Proviamo a riassumerne il senso per chi partecipa per la prima volta a un nostro incontro. Le Banche del Tempo, presenti da alcuni anni in Italia seguendo le esperienze già esistenti all’estero (Inghilterra, Francia, Germania, Canada), sono nate con lo scopo di mettere in contatto persone disponibili a scambiarsi servizi e prestazioni. Le B.T., infatti, offrono la possibilità di conoscersi e scambiarsi aiuti che riguardano la vita quotidiana. E’ uno scambio alla pari, che non fa differenze tra le varie professioni. Lo scambio è una forma originale di baratto che è misurata in ore, prescindendo dal valore della prestazione. La tua ora vale quanto la mia ora. Negli scambi non c’è circolazione di denaro, salvo per le eventuali quote di iscrizione necessarie a sostenere le spese di gestione. La contabilità del tempo scambiato è tenuta con la registrazione di assegni speciali che riportano il tempo dei servizi scambiati. La gamma dei servizi scambiati può essere anche ampia e dipende da cosa sono in grado di offrire le singole persone. Qualche esempio: riparazione di un guasto elettrico, accompagnamento di bambini e anziani, lezioni di informatica, invito a cena, conversazioni in inglese o altra lingua, cura di animali e piante domestiche. Sono riproposti in forma moderna i rapporti di buon vicinato che esistevano un tempo nelle case a ringhiera, nelle corti, nei paesi. In queste associazioni si mettono in moto una molteplicità di scambi volti ad aumentare la possibilità di soddisfare i bisogni materiali e relazionali dei singoli, propri ed altrui, in un clima amichevole e di cooperazione. La forza delle banche sta nel saper affrontare la solitudine, nell’accoglienza mettendo da parte le diversità e le differenze, nella affermazione di una propria identità, nel ritrovare lo spirito di una comunità solidale e aperta. Le attività si estendono su un arco di interessi e bisogni i più diversi e si ampliano a fisarmonica in relazione alle richieste ed alle risorse umane che si rendono disponibili. La banca, pertanto, è anche un luogo creativo. Un laboratorio dove ciascuno, in forma completamente volontaria, può scegliere quello che lo interessa e fare proposte per nuove iniziative. Le B.T. rappresentano un’interessante opportunità in particolare per chi abita in città. Le esperienze già in corso dimostrano che hanno buone possibilità di inserirsi anche nei quartieri urbani dove contribuiscono a ricostruire le relazioni interpersonali. I dati a nostra disposizione per Milano dicono, infatti, che 15 delle 47 banche milanesi 15 stanno in città e 32 nei comuni medi e piccoli. Secondo il censimento dell’anno passato a Milano e provincia sono 2000 ca. i soci iscritti e 50.000 le ore scambiate. Nel conteggio degli iscritti non rientrano i famigliari e le ore scambiate sono un po’ sottostimate; non sempre viene contabilizzato il tempo per conversazioni e compagnia. Ci sono poi i dati sulla Lombardia. Tempomat ha registrato 73 banche. Il numero reale è però sicuramente superiore; soltanto a Milano, infatti, in quest’ultimo mese, ne abbiamo scoperte sette mai censite da nessuno. Ventinove delle banche presenti in regione si trovano nelle città capoluogo: 15 a Milano, 5 a Bergamo, 2 a Brescia, 1 a Mantova, 1 a Lecco, 1 a Gallarate, 1 a Monza, 1 a Sondrio, 1 a Lodi, 1 a Como. La maggioranza degli iscritti sono donne e l’età prevalente è quella di mezzo, dai trenta ai cinquant’anni. Nel complesso si va dai ventenni ai sessantenni.Sempre in provincia di Milano, sono sette le B.T. che hanno stipulato convenzioni con i rispettivi comuni. Ricevono alcuni servizi (sede, telefono, computer etc...) in cambio di ore da utilizzare in attività occasionali promosse dai comuni stessi. E’ ormai in dirittura d’arrivo un accordo con il comune di Milano per la gestione di una nuova banca all’interno Centro Sociale per anziani di via Grivola. E’ una delle attività previste nell’ambito di un progetto europeo. Per poter regolare formalmente i rapporti con gli enti pubblici, in particolare con la provincia di Milano, si è anche dato vita al Coordinamento delle B.T. di Milano e provincia. Lo statuto adottato prevede che il coordinamento, oltre a rapportarsi con le pubbliche istituzioni su progetti generali di formazione e informazione, promuova iniziative di socializzazione, seminari e convegni, scambi fra le banche e lo svolgimento di un servizio di consulenza e assistenza. A questo riguardo, è prevista entro l’anno l’apertura di uno sportello per informazioni di natura legale, fiscale e gestionale. Il Coordinamento si riunisce mediamente una volta al mese. Finora ha realizzato un convegno, due seminari, cinque corsi di formazione. Un sesto corso si terrà entro ottobre. Gli scambi variano a seconda della tipologia dei soci e alcune sono davvero particolari. A Quarto Oggiaro, sotto la guida di un cantante lirico, si è formato con vero entusiasmo un coro di 25 componenti; potrete ascoltarlo durante la festa di domani pomeriggio. La Clessidra, nata all’interno di una scuola materna, organizza attività di scambio fra i genitori della scuola medesima. Le banche di Baggio e di Quinto Romano si sono unite per organizzare un corso di danze popolari multietniche che ha ricevuto non poche adesioni. C’è poi la B.T. di Pioltello Limito, fondata dagli studenti della scuola media superiore Gramsci con l’aiuto di un insegnante, che scambia anche con il territorio. Una banca è nata in un’associazione di non vedenti e un’altra, di recente fondazione, accoglie un significativo numero di cittadini extracomunitari. L’estate scorsa sono arrivate alla BdT del Centro storico di Milano richieste per la custodia di animali domestici da parte di due persone che desideravano allontanarsi per una breve vacanza e non erano riuscite a trovare una sistemazione. Le due richieste sono state soddisfatte. Nel frattempo, la stampa dava notizia di migliaia di cani abbandonati dai proprietari nel periodo delle vacanze estive. Forse le B.T. potrebbero ridurre l’entità di questo triste fenomeno. Gli scambi che vanno per la maggiore riguardano i saperi; subito dopo vengono i bisogni relazionali e poi, via via, gli altri tipi di servizi/prestazioni, senza un grande distacco nella graduatoria. Le B.T. possono avere un ruolo sociale anche verso i soggetti deboli. A partire dalle esperienze e dai progetti già in corso ci proponiamo, infatti, l’inserimento negli scambi di persone non autosufficienti e portatrici di handicap. L’inserimento può avvenire, come già è avvenuto alcune volte, con la restituzione delle ore usufruite dai famigliari (genitori e figli) delle persone interessate a questo tipo di scambio. Maggiore è l’interesse se queste persone partecipano allo scambio direttamente, stabilendo un rapporto di pari dignità con tutti i soci della banca, perché possono stabilire rapporti di reciprocità e non di dipendenza e, pertanto, acquisire ruolo ed autostima di sè. L’Auser ha anche messo a punto un progetto indirizzato alle scuole. Per le scuole le banche possono rappresentare un progetto educativo in grado di consolidare l’amicizia, di promuovere la pratica della solidarietà, di favorire l’integrazione e il superamento di eventuali forme di emarginazione, in particolare per quanto riguarda le diversità etniche, di rivitalizzare il rapporto tra generazioni diverse. Esistono già alcune esperienze a quest’utimo riguardo rappresentate Dall’incontro tra banche costituite da studenti di scuole con altre nate sul territorio per iniziativa di anziani. Come già detto, un’esperienza di questo tipo si è avviata a Pioltello Limito presso la scuola media superiore Antonio Gramsci. Cosa cercano le persone nelle banche? Un giorno una persona mi ha raccontato come per lei è stato importante avere l’opportunità di trovare persone disponibili ad ascoltare una propria momentanea difficoltà famigliare. In un altro caso, una donna anziana, aderente alla B.T. del Centro Storico di Milano, ha rinnovato la sua iscrizione per il 2000 dicendo: "Non ho ancora trovato chi mi potrebbe fare in casa qualche lavoro di falegnameria, ma mi iscrivo ugualmente perché ho incontrato degli amici che ogni tanto vado a trovare". Le nuove amicizie sono, infatti, il primo interesse dei soci delle banche.Queste associazioni sono anche occasione di divertimento, di gioco e di piacere. Come andare in compagnia a teatro o al cinema; organizzare una festa o una gita; giocare a scacchi o a Machiavelli. E questi sono soltanto alcuni dei piaceri che vengono scambiati. Nonostante l’entusiasmo iniziale delle persone aderenti non sempre è facile far partire gli scambi. Tutti danno la loro disponibilità per fare vari servizi, ma pochi chiedono, pur avendo magari bisogno, di ricevere un aiuto. L’analisi sin qui fatta è che manca per varie ragioni l’abitudine, la cultura della reciprocità al di fuori della famiglia. C’è quasi il pudore di chiedere, l’inconsapevole timore di sentirsi obbligati, la diffidenza verso l’altro e le sue eventuali pretese. Gli scambi, infatti, si mettono in movimento quando le persone si conoscono meglio e cadono le barriere della diffidenza. Questo risultato è possibile se sono promossi momenti di assemblea, di incontro e di festa tra tutti i soci iscritti. Per svolgere queste attività servono spazi idonei, non sempre disponibili. Le Banche del Tempo nascono in una società dove, con il mutare delle condizioni socio-economiche, si sono affievoliti notevolmente i legami solidali ed affettivi. Dove si creato un vuoto di valori a vantaggio del consumismo, dell’indifferenza umana, dell’egoismo corporativo, della solitudine. Hanno contribuito a questo anche la scomparsa dei luoghi storici delle grandi aziende e la crescente mobilità abitativa dei cittadini. E’ tutta la società che subisce questa deriva. Pure le singole persone, sempre più spesso, perdono il contatto con la propria famiglia e comunità di origine. Una forte mobilità delle persone cambia i tradizionali assetti famigliari e sociali. Come ben sappiamo le famiglie cambiano e non riescono a risolvere tutti i problemi, anzi, spesso, la famiglia per varie ragioni, non c’è. Sono note le situazioni sempre più diffuse dei single e delle famiglie monoparentali, della solitudine delle persone anziane. Per rispondere a questi bisogni non bisogna dimenticare che c’è sì un tempo per progettare nuove attività produttive e infrastrutture di trasporto e di cablaggio della città; ma vi deve essere anche un tempo per i valori e la qualità della vita, per la cura della persona. In questo contesto sottolineiamo l’importanza di promuovere anche il benessere relazionale, sempre più raro nelle aree metropolitane. E’ qui che, in modo quasi esclusivo, l’organizzazione sociale ha sostenuto nel passato la produzione, il consumo e l’accumulazione, prevalendo su altri valori della comunità. Per ovviare a questo inaridimento, si tratta di promuovere progetti come le Banche del Tempo che contengano in modo equilibrato gli ingredienti dei servizi, della cultura, delle relazioni sociali. Il presupposto per una efficace progettazione di tal genere è riconoscere che la città è un sistema nel quale si può ancora agire sulla risorsa spazio, ma soprattutto ci sono molte opportunità da cogliere attraverso una intelligente politica dei tempi. La società, infatti, è percorsa da fremiti relazionali e da slanci di solidarietà che rappresentano il bisogno latente di ritrovare se stessi, la propria identità, incontrandosi con gli altri. Quello delle identità è un bisogno insopprimibile che per molti significa avere relazioni famigliari ed amicali, scambiare sentimenti ed affetti, assumere ruolo rappresentando un punto di riferimento affettivo in una rete comunitaria. Si può, quindi, affermare che esiste un bisogno obiettivo di comunità che porta le persone ad interessarsi a questa forma innovativa di associazionismo. Questo mi fa dire che possiamo anche inventarci progetti nuovi. Le domeniche ecologiche, ad esempio, potrebbero essere utilizzate dalle banche per fare incontrare le persone che non lasciano la città per limitazioni al traffico.La stessa sicurezza personale può trarre vantaggio dalla rete di relazioni e conoscenze che avviene attraverso le B.T. Il contenitore BdT è aperto ad una progettazione e innovazione continua. Così come può essere utilizzato come luogo di mediazione culturale e di rapporto tra le generazioni, ma anche come luogo l’incontro tra etnie e tra professioni molto diverse tra loro. E, naturalmente, come opportunità di confronto per l’arricchimento reciproco tra donne e uomini. Che hanno punti di vista differenti e ruoli e poteri alle volte in conflitto radicale tra loro. Un effetto questo confronto lo ha avuto a proposito delle forme organizzative, degli statuti e dei regolamenti delle banche. Pur assumendo parte delle classiche strutture organizzative della società maschile, le ha trasformate togliendo la ridondanza e l’enfasi delle gerarchie e valorizzando il ruolo individuale. Fino a prefigurare un progetto di relazioni sociali organizzate secondo un modello ad alta flessibilità che rende le Banche del Tempo più assomiglianti a una famiglia che a una azienda. E’ un bel successo per le donne, ma anche un passo avanti per tutti. Le banche sono un contenitore che può accogliere, al di là degli scambi di servizi, una molteplicità di obiettivi sociali che hanno a che fare con l’identità delle persone, la cittadinanza attiva, la creatività, la valorizzazione delle risorse di ogni persona. Sono valori con i quali si prefiggono di contribuire alla ricostruzione di una comunità che sappia proteggere e rassicurare chi ne fa parte. Ma che, nel contempo, sia aperta e accogliente per chi arriva da fuori. Una comunità priva di una cultura di solidarietà, infatti, è molto debole; non riesce a difendere i suoi cittadini dalla prevaricazione e dalla violenza. In poche parole rinuncia ad avere un futuro. Una comunità solidale, al contrario, sa difendere meglio i più deboli, ed è più forte nei momenti di avversità e contro le intrusioni.In ogni caso, le Banche del Tempo accendono una speranza perché mette in comunicazione le persone e promuove le loro risorse e qualità migliori. L’augurio che ci facciamo è di avere sempre maggior successo. I° SESSIONE: "Socializziamo scambiandoci i nostri saperi" Introduzione di Daniela Ducato (Banca del Tempo di Guspini - CA) Riflessioni di ordine generale Le risposte ottenute con l’Indagine svolta da Tempomat in preparazione di questa Conferenza confermano la particolarità delle Banche del Tempo italiane. L’abbiamo individuata fin dai primi tempi e consiste nel fatto che accanto alle ore scambiate per la risoluzione di bisogni legati all’organizzazione quotidiana della vita, c’è una quota consistente di tempo destinato allo scambio di saperi. A Tempomat ha risposto poco meno di un terzo del totale delle banche censite al 31 maggio 2000 e cioè: 89 su 309. Era auspicabile aderisse un numero superiore, ma si tratta di un campione sufficientemente indicativo. Cosa dicono queste 89 banche? Nel corso del 1999, dichiarano di avere scambiato un totale di 45.393 ore delle quali 12.291 per saperi: poco meno di un quarto. Scorrendo le tabelle inserite in cartella, si può constatare che quasi tutte le banche hanno destinato ai saperi quote consistenti delle ore scambiate. Chi più del 50%, chi il 50%, il 40% o il 25%. Alcune le hanno addirittura usate quasi tutte in tal senso; mentre sono davvero poche quelle che hanno trascurato i saperi. E’ il caso di Trissino, Vado Ligure, Oleggio, Biella, Castel Goffredo, Trieste Uno, Carpi, Arezzo addirittura non ha indicato una sola ora sul totale di 1.480 ore. Dipende dalle esigenze delle persone aderenti, dall’offerta di servizi delle varie realtà locali, ma anche dal soggetto promotore o dalla collocazione. Ad esempio, lo Scambiotempo di Biella è promosso da Progetto Donna, associazione che ha dato vita anche ad una piccola azienda di formazione. La banca di Arezzo è in una condizione analoga. L’aspetto quantitativo di questa ricerca minima di Tempomat è interessante, ma lo è molto di più l’analisi delle tipologie dei saperi scambiati. Sul totale di 89 banche, hanno fornito queste notizie soltanto 69, 20, infatti, hanno indicato soltanto il numero di ore. Al 1° posto ci sono le lezioni di lingue; al 2° lezioni di informatica (computer, internet); al 3° lezioni o laboratorio di cucina; al 4° lezioni di taglio e cucito e di hobbistica, bricolage e lavori artigianali; al 5° lezioni di musica e canto e lezioni preparatorie di visite culturali; al 6° lezioni di pittura, letture, racconti e ricordi e ginnastica o cura del corpo (es: massaggi o cure estetiche); al 7° lezioni di ricamo. Seguono: lezioni di lavoro a maglia, di giardinaggio, di medicina alternativa, di storia locale e di attività teatrale. Infine 32 banche segnalano lezioni di vario tipo. Dal brighe all’aiuto per i compiti, dal ballo all’astrologia, dalla matematica alla fotografia, dal dialetto locale agli scacchi, dalla pasta di sale ai fiori di carta, dalla reinfilatura delle collane alle materie fiscali e finanziarie. Siamo di fronte a una mescolanza di saperi scambiati. Subito dopo la conoscenza delle lingue, utile per leggere il giornale o per decifrare il linguaggio informatico oppure per possedere le nozioni minime per un viaggio all’estero; subito dopo l’apprendimento degli elementi essenziali per l’uso del computer, vengono le lezioni di cucina, di taglio e cucito, poi di bricolage e per lavori artigianali. Segue un altro blocco di saperi legati ad interessi culturali quali: le letture, i racconti, il teatro, la preparazione alla visita di mostre e di città d’arte e l’acquisizione delle capacità necessarie all’espressione artistica, come la pittura. O, infine, il ballo, il canto oppure il ricamo. Relativamente ai saperi, il socio della banca del tempo, o meglio la socia (le donne sono prevalenti: al 31 dicembre 1999, gli aderenti a 139 banche erano 9.070 dei quali 6.409 donne), ne esce tratteggiata come una figura dai bisogni e dagli interessi molto diversificati. In parte legati alle attività che ruotano attorno ai suoi doveri domestici di tutti i giorni, in parte destinati a soddisfare curiosità individuali e collettive che esulano dal lavoro e dalla cura di sé o, in senso lato, del loro nucleo famigliare. E’ una conferma di quanto già sapevamo: i saperi circolanti nelle Banche del Tempo sono in parte collegati e in parte estranei alla professione sia di chi si mette a disposizione per insegnarli, sia di chi ne usufruisce. Appartengono alla categoria dei saperi legati al lavoro svolto oppure alla formazione posseduta le lezioni di computer, di inglese e di lingue in genere; quelle su materie giuridiche e fiscali, oppure l’aiuto per la preparazione di un compito o di un’interrogazione. O ancora le cure fisiche ed estetiche. Le stesse persone che insegnano questi argomenti, però, si offrono anche per altri saperi che appartengono alla sfera dei loro interessi personali. Circolano, inoltre, molti saperi che non sono considerati tali e ancora meno di interesse per qualcuno. E’ il caso degli anziani che scoprono di avere cose da comunicare o addirittura da insegnare a bambini e ragazzi. E’ accaduto un po’ ovunque ci sia stata una relazione tra banche e scuole che alcuni anziani abbiano tenuto lezioni su argomenti non previsti dai programmi scolastici, quali: raccontare come fosse la città degli anni della loro giovinezza e maturità, oppure quali e quanti fossero i mestieri artigianali progressivamente sostituiti dalla produzione industriale. Ma sono soprattutto le donne, mamme, zie, nonne, in una parola sola le casalinghe, a tenere lezioni di cucito, di lavoro a maglia, di cucina. Mettendo in tal modo sul mercato degli scambi capacità e conoscenze svalutate o, al massimo, sottovalutate in quanto appartengono alla sfera delle molteplici attività svolte tra le mura di casa. La piccola indagine svolta da Tempomat conferma indirettamente un’altra caratteristica delle banche italiane; vale a dire che l’identità delle banche italiane risente, anche relativamente al tema scambio dei saperi, del soggetto al quale si deve questa invenzione sociale: le donne. Conferma quanto sentiremo tra poco dal dottor Finzi a proposito della ricerca, effettuata dalla Demoskopea di cui è presidente, tra le donne che usano i prodotti Dove, sponsor di questa Conferenza. E cioè: gli italiani più motivati alla conoscenza e all’informazione sono di sesso femminile; sono le donne le più curiose e le più desiderose di imparare; anche se ciò comporta non pochi sacrifici. Dalle Banche del Tempo viene l’ennesima conferma di quanto già accade nei concorsi pubblici, dove le donne arrivano prime. O nelle università, dove le donne sono le più veloci a laurearsi e con i voti migliori. Con le Banche del Tempo, come abbiamo già affermato in tante occasioni, le donne hanno introdotto una novità significativa nel panorama associativo italiano. Spinte dalla necessità di risolvere bisogni materiali, hanno usato la loro intelligenza creativa per inventare il luogo Banca del Tempo che le aiutasse a risolverli. Subito, però, in questo luogo hanno fatto valere i bisogni immateriali derivanti dalla loro spiccata propensione alla conoscenza e all’imparare. Hanno quindi caratterizzato in modo ulteriormente innovativo la loro invenzione sociale destinando molte ore allo scambio dei saperi. Non paghe, hanno usato e usano la reciproca trasmissione di tale saperi come strumento per favorire la socializzazione e risolvere così la comunicazione non sempre facile tra persone che prima della adesione alla banca non si erano mai incontrate. Le B.T. italiane, infine, sono la cosa che conosciamo perché le hanno inventate le donne, ma non sono state provocate dalla diffusione della povertà, come è accaduto in Inghilterra dove i LETS sono esplosi durante gli anni dei tagli drastici allo stato sociale decisi dalla Tatcher. La prima e la seconda banca italiana sono nate a Parma e Sant’Arcangelo di Romagna, città di una regione, l’Emilia Romagna, ricca come nessun’altra di servizi sociali e di occupazione femminile. A spingere i primi due gruppi di donne a idearle è stata la ristrettezza di tempo che tutte avvertiamo. Ma anche il bisogno di avere un luogo sociale fatto a propria somiglianza, organizzato diversamente da tutte le altre associazioni e del quale mantenere il controllo; ma anche il bisogno di un luogo che facesse emergere un’area di servizi alla persona molto minuta, molto spappolata, ma molto pesante per il tempo che richiede e ruba quotidianamente. L’operazione è riuscita. Le Banche del Tempo hanno fatto emergere l’esistenza di Un’area di servizi alla persona che potrebbe essere organizzata e portata nel mercato. E’ quella che si compone delle tantissime piccole azioni che ruotano attorno all’organizzazione quotidiana della vita degli esseri umani e che restano tenacemente affidate alle braccia delle donne. Non c’è più la famiglia larga, non c’è più la solidarietà di vicinato e le donne rischiano di esserne stritolate. Le banche sono nate per questo e questo fanno. Moltiplicandosi e radicandosi in zone povere di servizi sociali hanno mantenuto la caratteristica iniziale. A dimostrazione che i tradizionali servizi sociali coprono un’area di bisogni e le banche un’altra. Ora siamo qui ad affermare che, a cinque anni dall’inizio dell’esplosione in Italia di questo fenomeno, le Banche del Tempo italiane hanno ormai assunto una fisionomia che le rende particolari al confronto con le associazioni simili del resto d’Europa e che deriva loro proprio dalla consistenza forte delle ore destinate allo scambio dei saperi. L’esperienza di Guspini Quanto detto finora è confermato dalla nostra esperienza quotidiana a Guspini. Nella nostra Banca del Tempo la curiosità verso i nuovi apprendimenti e la voglia di conoscere soprattutto da parte delle donne e dei bambini, ha cambiato il volto della città, producendo benefici di cui tutti i cittadini, non solo i correntisti della Banca del Tempo, possono avvantaggiarsi. Guspini è un paese in provincia di Cagliari con 13.500 abitanti, Per favorire l’auto-organizzazione degli scambi di tempo con il coinvolgimento diretto delle persone dello stesso quartiere, ogni vicinato ha il suo sportello gestito con poche e semplicissime regole dalle donne del vicinato, denominate: "Donne Tam Tam” o “Animatrici del Vicinato” I vicinati sono sparsi su tutto il territorio comunale; gli spazi utilizzati per le informazioni, i laboratori per gli scambi collettivi e l’organizzazione delle iniziative sono gli stessi luoghi del vicinato: negozi, cortili, garage, condomini, scuole, aiuole tematiche (spazi comunali degradati recuperati dai correntisti). Ad esempio il laboratorio di teatro sardo delle donne si svolge presso la parrucchiera, di lunedì, giorno settimanale di chiusura. Anche nei diversi vicinati, dove non esistono aree di gioco per i bambini, i correntisti depositano in banca il tempo di utilizzo dei loro orti, cortili, giardini e condomini. In questi spazi i bambini si sentono accolti e tutelati dal vicinato e organizzano in autonomia "il loro tempo" di gioco e di scoperta. Liberi di poter sperimentare se stessi e la propria intelligenza in una dimensione affettiva e sensoriale (basti pensare ai profumi agli odori del limone del melograno e dei dolci e del pane cotti nel forno a legna, immancabili anche nel cortile più piccolo). Così, semplicemente aprendo porte e cancelli, la città viene restituita al gioco e al tempo dei bambini e, con gli scambi dei saperi, viene restituita all’aggregazione tra generazioni diverse. Ad ogni spazio i bambini hanno attribuito un nome; ad esempio: - il cortile delle torte - l’orto di Prezzemolino - il giardino dell’antico pozzo - il cortile di Zucchetto - il giardino di Gelsomina - il condominio del cavolo, eccetera, eccetera. In questo modo anche lo scambio dei saperi si ripropone così come avveniva una volta nelle case e negli stessi luoghi del vicinato. Le tradizioni locali e del mondo diventano tempo per imparare a fare "sa fregua sarda" o il cous cous marocchino o a intrecciare i cesti di asfodelo. Diventano tempo della memoria, per imparare poesie e canti, mestieri antichi e le storie della miniera e della Guerra d’Africa. Diventano tempo per consentire alle donne l’accesso a saperi tipicamente maschili come suonare le campane ed altri. Questo continuo tramandare, imparare e reinventare, anche per il solo piacere di stare insieme e riscoprire la propria e altrui creatività, è importantissimo per mantenere in vita la cultura popolare. Perché i saperi - ricchezza dei singoli correntisti - diventino la ricchezza di tutti, ossia ritornino ad appartenere a tutta la città, è importante che i saperi dei cittadini possano esprimersi negli spazi comunali e nella vita quotidiana della città. I bambini con i loro saperi ci hanno insegnato a sentirci parte della città, ad immaginare, a osare. I loro sogni e i loro pensieri sono stati un ottimo concime per la nostra fantasia. Nei disegni dei bambini delle Scuole Materne gli spazi anonimi e abbandonati del vicinato, grazie alle fatine con le bacchette magiche, sono diventati prati fioriti tra arcobaleni, lune, persone festose di tutte le età con le farfalle in testa, spaventapasseri amici degli uccellini, i colori delle diverse stagioni ... Allora abbiamo pensato: e se provassimo con la fantasia a realizzare questo sogno? All’inizio non;erano risorse finanziarie e neanche il permesso comunale, ma avevamo i saperi della Banca del Tempo e la possibilità di recuperare materiali dalle nostre case e dalle discariche! Non soltanto con lo scambio, ma unendo dei saperi più disparati. Finalmente potevamo utilizzare anche saperi particolarmente originali o fantasiosi, poco o mai prelevati dai correntisti fino a quel momento, ma indispensabili ai vicinati e alla città. Grazie all’aver saputo mettere insieme tante diversità e allo sviluppo di una forte cooperazione tra bambini, giovani, adulti e anziani, per merito delle donne Tam Tam dei vicinati. I disegni dei bambini sono diventati realtà Scherzando, le donne Tam Tam dicevano: "Abbiamo fatto un bel minestrone di saperi e sapori, funziona come per le verdure, più e di vario tipo ne metti e più riesce buono!". E così negli spazi degradati, nel Gennaio 1998, è nato Il Grande Giardino dei Solstizi composto da: 1) L’Aiuola del Mago di Oz Nelle vecchie scarpe del vicinato, dei nonni, dei bambini, dei giovani, che hanno fatto tanta strada crescono i Fiordalisi, le vecchie carriole trasformate in fioriere permettono anche alle persone disabili (su sedia a rotelle) il piacere di uscire e coltivare fiori. Il guardiano dell’;aiuola è lo spaventapasseri, le sue tasche e il suo cappello ospitano mangiatoie per uccelli. Qui il 21 dicembre, il giorno del Solstizio d’Inverno, si svolgono laboratori di Befane e Bacchette Magiche, e si prepara tutti insieme il Grande Minestrone del Vicinato. 2) Il Giardino degli Arcobaleni di Lana Nelle valigie degli emigranti crescono il basilico e l’origano tra gli arcobaleni di vecchie pentole fiorite e dei tanti fili di lana delle donne del vicinato (ex magliaie). Il 24 giugno, giorno del Solstizio d’Estate, si svolge l’antico rito pagano femminile s’acqua de froris (tradizione guspinese recuperata) dove le donne si lavano a vicenda il viso con l’acqua di fiori e di erbe profumate, preparata la notte prima ed esposta ai raggi della luna. 3) L’Aiuola Cieloluna di Palomar Grazie alla posizione privilegiata di questo spazio, dentro il grande tino, sotto la coperta di foglie secche, i bambini possono osservare il cielo. In omaggio alla luna e ai suoi mari, nel mare della tranquillità cresce la camomilla, nella baia della rugiada le violette e le ninfee e nel mare della fecondità lo zafferano. Nella piccola Aiuola “Nati sotto il Cavolo” c’è un cavolo per ogni bambino del vicinato. A questo ortaggio, simbolo nelle tradizioni popolari dell’utero e delle fasi della luna, è viene dedicata una festa che trasforma Guspini in un vero"paese del cavolo" Per ricordare il primo sbarco dell’uomo sulla luna, il 20 luglio 1969, ogni 20 luglio qui si svolge la festa Tintarella di Luna tra laboratori di ogni tipo c’è quello di invenzione gastronomica delle stelle, che unisce i saperi della cucina a quelli della astronomia, e quello di costruzione di navicelle spaziali con materiali di ogni tipo. Dopo questa prima e riuscitissima esperienza, è iniziata una vera progettazione di arredo urbano degli spazi comunali. In una sorta di catena di Sant’Antonio, vicinato dopo vicinato, ogni spazio degradato veniva recuperato. Ai saperi accumulati nella esperienza precedente se ne aggiungevano altri, ci si spostava da un vicinato all’altro con una energia e un piacere insospettati. In questo comune esercizio di fantasia collettiva ci sentivamo tutti uniti e reciprocamente utili e importanti. Le gite di gruppo nelle discariche, nei magazzini comunali per la ricerca dei materiali dell’arredo urbano, erano molto attese e diventavano occasione di ulteriore conoscenza tra le persone e un forte stimolo per le idee e la creatività del gruppo. Per motivi di organizzazione familiare, noi donne andavamo al mattino, il martedì o il sabato. Ricordo che giravamo incuriosite e felici come bambine in mezzo ad ogni genere di oggetti rotti e arrugginiti. Non riuscivamo a contenere i pensieri ed era un continuo "mi è venuta un’idea" "che meraviglia questi vecchi cartelli stradali" "si potrebbe fare così". Vi racconto come è nato il Giardino della Libridine. I due quartieri delle case popolari di is boinargius definiti all’epoca il bronx e oltre il bronx, oggi sono per tutti " Il vicinato di Libridine" passione per i libri, dove sui muri si possono leggere le pagine dei libri scelti dai cittadini e le ricette delle donne del vicinato della tradizione antica e dei laboratori di invenzione gastronomica tematica come pizza liquori torte libridinose; e le ricette dei libri da divorare (come il ragù della Signora Rosa Piscopo, descritto in "Sabato, Domenica e Lunedì" di Eduardo de Filippo). Il tutto è scritto ed esposto utilizzando i vecchi cartelli stradali tra alberi di prugne, omaggio al famoso "Prugno" di Pablo Neruda. Negli alberi delle pentole del mondo, crescono le erbe utilizzate per insaporire i piatti delle diverse tradizioni. Dall’Aiuola Girone dei Golosi si passa ad altre quattro aiuole, progettate sempre mescolando una grande varietà di saperi e abilità intellettuali e manuali: - Cavoli a merenda Dedicata alla letteratura dell’infanzia, dove i cavoli crescono sotto il nocciolo: l’albero delle bacchette magiche. E ci sono i libri scelti e creati dai bambini delle Scuole Materne ed Elementari della Banca del Tempo,Gulp Ideata dai ragazzi della Scuola Media, sportello della Banca del Tempo. Qui crescono gli spinaci di Braccio di Ferro, tra Enrico la Talpa, Lupo Alberto, Tex Willer e i sentieri di criptonite di Superman.Il traffico è regolato dal semaforo del fumetto. - Punto G della Libridine Ideata dai ragazzi delle Scuole Superiori. E’ dedicata al Giornalismo, tante sono le pagine di giornali da leggere nei comodi cestini leggicarta (che prima erano comuni cestini gettacarta ammaccati o bucati) con gli avvenimenti degli ultimi 30 anni di storia (questo quartiere è nato 30 anni fa). - Giallo e Rosa Dedicato a tutti gli amanti del genere Giallo e Rosa, con un omaggio a Liala, e con gli immancabili guanti dell’assassino che sbucano da sotto terra, tra i libri di Agata Christie. Poco distante al Giardino della Libridine, il vicinato delle Donne del Mondo hanno creato l’aiuola delle donne. Accanto al Totem della Fertilità delle donne Navajo indiane d’America, costruito e decorato a tantissime mani, tra i saperi e le tradizioni delle diverse culture femminili del mondo, c’è il grande Patchwork Speziato con tanti frammenti di tessuti usati cuciti tra loro. Sono grembiuli delle donne guspinesi, parei africani, chador, jehab, il fazzoletto tipico delle donne musulmane, intrecci peruviani e ricami di ogni tipo realizzati dalle donne e dalle bambine di Guspini.Questo giardino è adottato e ideato dalla scuola media Questi sono solo alcuni esempi di vicinati reinventati. Attualmente sono una ventina.Ogni aiuola spazio comunale, è diventata il simbolo di quel vicinato, una vetrina permanente dei saperi che concretizza e rende visibili le risorse delle cittadine e dei cittadini di ogni età. E’ un luogo di socialità, di festa, di incontro e di molteplici iniziative originali. Ogni aiuola ha un tema diverso, perché ogni spazio è progettato mescolando insieme i sogni, l’inventiva, la creatività, la memoria storica, le tradizioni e i saperi di ogni tipo di oggi e del passato, di bambine e bambini, giovani, adulti e anziani con le loro storie personali locali e del mondo. Tutta questa Fantasia al Potere la dobbiamo sicuramente ai bambini. I bambini, a partire dai tre anni, depositano in Banca i loro saperi carichi di fantasia, di amore per la natura e, proprio attraverso lo scambio paritetico e a dignità pari con tutte le altre età, imparano sin da piccoli a crescere e investire nelle loro potenzialità creative a svilupparle e mantenerle. Pertanto, le continue sollecitazioni, domande e curiosità dei bambini entusiasti (e si sa che l’entusiasmo è molto contagioso) per prime, noi mamme, e e poi tutti i correntisti di ogni età, ci siamo ritrovati a documentarci, a recuperare materiali, a fare ricerche in ogni campo per progettare tutti insieme la città a misura di animale. Giorno dopo giorno in ogni vicinato nasceva il pronto soccorso per uccellini feriti o caduti dal nido, ritrovi notturni per rane e salamandre, alberghi per forbicine, nido per pipistrelli, rifugi per porcospini, giostre, luna park e nursery per farfalle. Si perché a Guspini non c’è vicinato dove non si allevino farfalle. L’iniziativa di tutti gli allevatori raggiunge il suo massimo splendore nel Butterfly Day. In questo giorno s’incontrano nel Giardino della Vispa Teresa, si scambiano materiali, foto, libri, diapositive ed esperienze. Originalità ed innovazione si mescolano con la tradizione nei laboratori di cucina e di ricamo poesia e teatro. - Antichi giochi schifosi come gare di bolle di saliva, pernacchie, bolle di cingomma e sputo di seme d’oliva;barzellette e racconti vomitevoli ... Si trasgredisce un po’, ci si diverte da morire, s’impara ad ogni età da tutte le età. Un’importantissima risorsa della cultura popolare che la Banca del Tempo ha deciso di ripristinare è la tradizione del racconto orale per le strade e per le piazze. Questo antico sapere del passato a Guspini scandisce e collega il tempo dei vicinati e delle scuole nello speciale Calendario del Sabato del Villaggio dove per ogni mese dell’anno c’è un tema che appartiene a tutti. Per esempio Gennaio è stato il Mese del Cavolo con: - I Cantastorie dei Cavoli del mondo raccontano le favole (Chiapas, Kurdistan, Nigeria) - Sfilata di moda disegni ricette del cavolo. Aprile è stato il Mese dell’Olocausto. Dal giardino del vicinato Anna Frank "19 aprile 1943" dedicato al Ghetto di Varsavia, i cantastorie della Shoah hanno iniziato giorno dopo giorno un percorso cittadino di animazione della lettura del romanzo sullo sterminio "Il bambino che guardava le donne" di Giampaolo Pansa. Libro che è stato il filo conduttore al mese della memoria. Queste pagine straordinarie "per non dimenticare", raccontate ovunque, nei negozi, ai semafori, nelle strade e in tutte le scuole, dalle Materne alle Superiori, nei vicinati hanno stimolato la ricerca in ogni campo: storica, religiosa, artistica,delle tradizioni ed anche la capacità di dialogo nella città, dove associazioni, oratori, servizi socio-educativi, etc., hanno creato in sinergia molteplici iniziative come: - La memoria dei nomi - La stella di David, guida all’osservazione del ciclo degli antichi e dei - simboli ebraici - Riti, tradizioni e canti e danze popolari ebraiche - Mostra fotografica dei campi di sterminio di Dachau e Auschwitz - Nei vicinati il venerdì, prima del tramonto, la preparazione collettiva del pane ebraico, il pane della festa "Challà", il pane del sabato. Arredo urbano per non dimenticare, con la pinacoteca a cielo aperto, realizzata con i disegni dei bambini delle Scuole Materne ed Elementari, ispirati al romanzo di Giampaolo Pansa. I disegni con le pagine del libro saranno l’arredo urbano per tutto l’anno, tappe di un percorso cittadino "per non dimenticare". (utile anche per i turisti che transitano da Guspini diretti al mare). Dopo mesi di preparazione e di lettura finalmente è avvenuto l’incontro tanto atteso ed emozionante con Giampaolo Pansa, autore del libro, il libro di tutti noi. Il libro che i ragazzi delle Scuole Medie e Superiori porteranno agli esami per loro scelta. Scambiare i saperi, unire i saperi, così come scambiare le emozioni e unire le emozioni, crea una sintonia di battiti cardiaci che, dal bambino di 3 anni alla signora di 80 anni, ci fa percepire la gioia del vivere intensamente, in una piacevole dimensione corale con la città. Anche questa piccola magia, può esser compiuta da un bel libro. I percorsi cittadini "Per non dimenticare" la storia, devono anche ricordare che il prodotto tipico più importante di una comunità è l’intelligenza e la fantasia delle cittadine e dei cittadini di tutte le età. Come cittadini, abbiamo reinventato la città recuperando spazi abbandonati, che abbiamo riempito di cultura di festa di relazioni con i nostri scambi di tempo. Abbiamo barattato e riciclato di tutto, persino la carta delle caramelle per realizzare le iniziative a costo zero o quasi. Ora siamo in una fase in cui la voglia di conoscere e perfezionare i saperi acquisiti, le abilità manuali, le curiosità intellettuali, il desiderio di emozioni e cultura sono considerate importanti e irrinunciabili per la vita stessa della banca "La scarsità del tempo nella cultura dell' e, e" Sintesi d' intervento di Enrico Finzi Il dr. Finzi, sociologo e presidente degli istituti Astra e Demoskopea, ha presentato i risultati di una ricerca sulle donne italiane tra i 18 ed i 64 anni, le quali ammontano a 19.6 milioni di adulte: studio realizzato per Dove; nel febbraio-marzo del 2000. Cosa emerge da tale indagine demoscopia? Emerge, anzitutto, che le italiane 18-64enni si dividono in quattro tipi, diversamente connotati a seconda del loro rapporto col tempo e del loro reddito. Il primo tipo è quello delle “povere di tempo e di soldi”, costituito dalle donne di classe medio-bassa, bassa e bassissima che vivono una vita drammaticamente frenetica in condizioni di scarsità di risorse economiche: esse pesano per il 28% della popolazione femminile e sono circa 5.4 milioni (in gran parte 25-54enni, residenti al sud e nel Lazio oltre che nelle aree urbano-metropolitane e dunque nei comuni da 30mila abitanti in su, con la licenza media ed a volte il diploma). Il secondo tipo, 4.0 milioni pari al 20% delle 18-64enni, è costituito dalle “Ricche di tempo e povere di soldi”, la cui esistenza, misera in termini di risorse materiali, scorre lentamente per la scarsità delle attività e dei rapporti sociali: e qui prevalgono le 45-64enni, residenti in tutte le grande aree geografiche e nelle metropoli e nei comuni sino a 30mila abitanti, con la licenza media o elementare, di classe dalla media in giù, davvero marginali anche psicologicamente. Il terzo tipo, che equivale al 13% del campione e quindi 2.5 milioni di adulte, è dato dalle “Ricche di tempo e di soldi”, dunque doppiamente privilegiate sia in termini socio-economici (prevalgono le diplomate delle classi medio-alta ed alta specie della ricca provincia), sia dal punto di vista della disponibilità di tempo (essendo in gran parte mantenute, ossia non attive; lavoratrici con valenze parassitarie, in particolare dai 35 anni in su). Il quarto ed ultimo tipo, pari al 39% e 7.7 milioni di adulte, è quello delle “Donne povere di tempo ma non di soldi”, sul quale si è concentrata l’analisi per Dove, dal momento che questo è, ad un tempo, il segmento più dinamico Dell’universo femminile italiano e gran parte del target dei prodotti Dove. Vediamone, perciò, le caratteristiche in dettaglio. Le 18-64enni “povere di tempo ma non di soldi” appartengono quasi tutte alla classe media (per il 62%) o a quella medio-alta/alta (18%), lavorano o studiano in quasi due casi su tre (tra le attive, in maggioranza prevalgono le impiegate e le insegnanti ma non sono poche le lavoratrici autonome e meno le salariate e le imprenditrici, le dirigenti, le libere professioniste). In gran parte, quindi, si collocano nell’area del benessere diffuso, al quale in più di un caso su due contribuiscono col loro personale lavoro (spessissimo regolare e a pieno tempo, meno frequentemente part-time o in nero, specie al sud). Per più della metà (52%) hanno tra i 18 ed i 34 anni, con un altro 21 per cento 35-44enne: sono perciò piuttosto giovani e in maggioranza diplomate o laureate, oltre che ben informate e colte (in quattro casi su cinque leggono uno o più quotidiani, sopramedia ascoltano la radio e vanno al cinema, meno della media guardano la tv, mentre Internet è già nell’esperienza di un quarto del tipo, ossia più del doppio della media dell’universo femminile). Sono nubili nel 37% dei casi ma la maggioranza (58%) è coniugata o convivente; comunque in quattro casi su cinque sono le responsabili degli acquisti familiari e dunque gestiscono o cogestiscono la casa. Diffuse in tutto il territorio nazionale (con accentuazioni in Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Marche ma meno presenti nei comuni più piccoli), sono e si considerano benestanti, pur se raramente socio-economicamente privilegiate, sicure di sé, ottimiste, spesso realizzate, consapevoli protagoniste d’una vera e propria rivoluzione culturale, sociale, psicologica: raccontano, infatti, di grandi cambiamenti in meglio rispetto a dieci anni fa (in termini di autonomia e dignità, possibilità di scegliere nella vita, libertà, successo professionale acquisito o reso possibile per il futuro, riconoscimento sociale, capacità di affrontare la vita e le sue difficoltà, benessere emotivo e pure, in un caso su due, di felicità vera e propria); e di questi passi avanti rivendicano orgogliosamente il merito (l’89% è molto soddisfatta dei risultati conseguito negli anni ‘90). Di più: se pensano alla realtà delle proprie madri e della loro generazione reputano che il mondo femminile sia mutato radicalmente, specie per quel che attiene ai problemi da affrontare, alle ambizioni ed ai sogni, allo stile di vita e specialmente (per il 94%) al ritmo oggi frenetico; della vita. E’ infatti, il tempo il nodo scorsoio dell’esistenza di queste donne: il 96% si descrive sempre di fretta; il 94% lamenta la continua, anche recente, accelerazione della vita; l’88% sogna d’avere più tempo per far tutto ciò che vuole e deve; l’85% lamenta di non aver spazi sufficienti per sé, per le relazioni d’amore e amicali, per i rapporti interpersonali in genere, per riflettere, per far vacanze e week-end; l’83% riferisce dello stress a cui è sottoposta e del logorio da esso indotto e che risulta prolungato, senza pause, eterno, senza speranza di alleviamento. La conseguenza è una nuova forma di disagio esistenziale, non più legato alla povertà economica (come per millenni) ed invece causato dall’immensa fatica quotidiana avvertita nel tentativo insistito, ma spesso fallimentare, di svolgere tutte le attività desiderate, le quali sono molte e diverse dato che tali donne sono portatrici della cultura dell’"e.e" (e non dell’"o, o”), caratterizzata dalla precisa volontà di svolgere ruoli distinti non essendo costrette a scegliere tra polarità opposte della vita. Ecco qualche esempio-chiave di tale cultura dell'"e...e...". Queste donne pretendono l’indipendenza (il 90% giudica essenziale sentirsi libera di esprimere se stessa ed essere capace di decidere da sola ciò che determina la propria vita), ma essendo in grado di esprimere anche il lato femminile e dolce della propria personalità (per l’85%); vogliono mantenere a tutti i costi il controllo dell’esistenza, vivendola secondo i loro desideri e progetti (per l’89%), ma in gran parte ritengono cruciale una relazione stabile e tranquilla con un partner (marito,’compagno’, fidanzato, ragazzo: per l’87%), con un grande orientamento a far l’amore (per la prima volta o di più: è il sogno del 69% del tipo) ed a relazioni romantiche (desiderate dal 60%). Di più: un altro "e, e" determinante è quello famiglia-lavoro. La famiglia è reputata importante dall’85%, specie come stabile comunità degli affetti più che come fonte di legittimazione sociale (ed essa, per l’83% - non può che essere paritetica, democratica, collaborativa: il che nella metà dei casi non avviene sufficientemente mentre solo in un caso su sette, lui dà una mano significativa nelle faccende domestiche e nella cura della prole, degli anziani, dei malati, ecc.). Ma la famiglia non deve andare a scapito del lavoro (e viceversa): infatti esso è praticato dal 52% delle appartenenti a questo tipo, ma è ambito dall’86% quale garanzia di reddito proprio, di capacità autonoma di spesa, di autorealizzazione e di contatti sociali allargati, anche di carriera e di affermazione sociale (qui per il 66%). Ancora: "e, e" vuol dire anche, sorprendentemente, il duplice desiderio di solidità rassicurante e, insieme, di ricerca dei modi per cambiare ancora la propria vita (per il 77%) e di cambiare il mondo (79%); così come, meno sorprendentemente, vuol dire la volontà di perseguire la felicità propria e dei propri cari nelle piccole cose della vita (per l’87%) e, insieme, di cercare nuovi valori alti e non contingenti (per il 67%). "E, 2" è anche quello riferito, nei consumi, alla qualità ed al prezzo; all’acquistare non solo il necessario ma comprando con intelligente riflessività; al risparmio e all’acquisto dei prodotti di marca, imbattibile garante di qualità e sicurezza e servizio; alla pubblicità amata (dal 72% quando non è stupida, dal 61% quando è divertente e originale, dal 55% quale fonte d’informazione sui prodotti) e criticata (dall’85% per la sua falsità stereotipica, dal 78% per il suo disassamento dalle proprie attuali necessità, dal 67% per la sua omologazione sciocca e banale). "E, e", infine, è quello connesso alla volontà del 69% di essere attraente, che convive col 57% che crede di non esserlo abbastanza; alla ricerca (che è di quattro quinti delle donne di questo tipo) della pulizia e, insieme del benessere, dell’igiene e della cura (cure) della pelle, della protezione e del nutrimento, del dovere e del piacere, del morbido caressing; e della valorizzazione del corpo (e di sé), della forza detergente e della delicata profumazione, della rassicurazione serena e della scatenata gioia di vivere, della seduzione e dell’auto-seduzione. Sempre con un "ma": ma manca il tempo. Intervento conclusivo I Sessione di Grazia Colombo Cerco di portarvi oggi dei materiali di riflessione, perché un incontro come questo deve soffermarsi in modo interrogativo sulla realtà delle banche del tempo. Quindi tento di portare delle riflessioni a partire sia da questi risultati che Tempomat ci ha offerto sugli scambi dei saperi, sia sull'attività degli scambi nelle banche del tempo per come le conosco attraverso l'attività del Coordinamento delle banche del tempo di Milano e attraverso i contatti che costantemente ho con molte banche del tempo. Allora vi offrirò dei flash, degli interrogativi, delle considerazioni sperando che poi possano essere oggetto sia di confronto in questa sede, ma soprattutto che possano essere delle riflessioni da portare a casa e da discutere con i propri soci delle banche del tempo. Uno dei dati che emerge fra quelli che ci sono stati forniti da Bancomat, è che il 70 per cento dei soci delle banche del tempo sono donne. La maggioranza degli scambi di sapere, sono riferiti ad attività che socialmente riconosciamo come attività femminili: cucire, ricamare, dipingere, fare del bricolage. Questa considerazione ci fa nascere degli interrogativi perché non vogliamo che le banche del tempo siano solo di donne - questo lo abbiamo detto più volte - e vogliamo anche che sui saperi ci sia un confronto tra i generi, tra il genere maschile e il genere femminile. Allora che cosa possiamo fare perché possa nascere e crescere qualcosa di diverso riferito agli scambi di sapere nelle banche del tempo? Da un lato, possiamo soffermarci a considerare che i saperi femminili scambiati in così larga parte, possono voler dire riappropriarsi - da parte delle donne - di abilità, di piaceri, anche, dopo un tempo in cui sono stati considerati semplicemente il nostro destino, il nostro unico ambito di applicazione. La mia generazione - la generazione delle donne che sono adulte che stanno arrivando alla terza età della loro vita - sono quelle che hanno per prime buttato via le competenze considerate unicamente femminili perché erano releganti: abbiamo smesso di fare ricamo, cucito, uncinetto eccetera perché bisognava conquistare altre competenze. Ritenevamo anche che queste nuove competenze ci facessero raggiungere la parità, poi col tempo abbiamo capito che quello che serve non è essere uguali fra generi, tra sessi, è importante affermare le differenze, è importante guardarsi reciprocamente con interesse. Ecco, io credo che la nuova generazione di donne oggi ci dica che l'interesse va verso la direzione di imparare reciprocamente. Allora questi saperi possono essere messi in circolo non solo per le donne, ma anche per gli uomini. Io ricordo una decina di anni fa quando ero assessore nel mio comune - ero assessore ai "giovani" - e avevo proposto dei corsi di "sopravvivenza", così li avevo definiti, per i giovani, per i ragazzi e le ragazze, tra cui anche quello di cucito. È necessario a tutti sapersi attaccare un bottone, rifarsi un pezzo di orlo, uomini e donne. Beh, dieci anni fa non era ancora il tempo per parlare di questo e infatti non è stato fatto. Era ancora fortemente femminile l'attività ad esempio del cucire anche solo per bastare a se stessi. Io spero che oggi, e proviamo a leggere in questo modo così dinamico questo sapere che nelle banche del tempo riemerge, possa circolare non solo tra le donne ma fra donne e uomini, altrimenti il rischio è che di nuovo questa non sia semplicemente una nostra competenza, ma sia l'unica possibilità o una delle poche possibilità di sapere, e questo credo che non potrebbe andarci bene. Allora vuol dire che, se nelle banche del tempo vogliamo che ci siano uomini e donne e vogliamo che ci sia una circolazione di saperi, la conseguenza è che i saperi al femminile devono poter diventare patrimonio anche del maschile. Ripeto: dopo un tempo in cui abbiamo smesso di insegnare il punto a croce, pensando che fosse utile per le bambine imparare a giocare al pallone, oggi sappiamo che il punto croce è un'attività molto preziosa della mano che non sarebbe male che imparassero anche gli uomini. So che fa ancora molto senso un'affermazione di questo tipo, ma rimando alla circolazione dei saperi nella banca del tempo questa provocazione e questa necessità di riflessione. Quindi così come le donne si affacciano a internet, all'uso del computer, a un'acquisizione di saperi più tecnologici, occorre che anche le banche del tempo facciano da specchio a questa tendenza e scambino verso le donne questi tipi di saperi e verso gli uomini quei saperi ritenuti tipicamente femminili. Un altro interrogativo ci viene dall'analisi delle attività svolte nelle ore scambiate nelle banche del tempo. Si tratta prevalentemente di attività che riguardano i bisogni della vita quotidiana, quelli che abbiamo più volte denominato come i piccoli bisogni essenziali della vita quotidiana. Allora, da un lato questo dato ci segnala una vistosa contraddizione in cui siamo inseriti nel nostro tempo, un tempo in cui, ad esempio, si parla tanto di new economy - scoperta da poco ma già tutti ne parlano - e si continua a non far diventare un pubblico dibattito il senso e la necessità di economia sociale che forse non sarà una nuova economia, sarà una vecchia economia ma è un'economia di cui tutti abbiamo bisogno e a cui tutti facciamo riferimento quotidiano. Quel tipo di economia del quotidiano, quella che riguarda il bambino che va a scuola e quando torna a casa non ci sono i genitori ad aspettarlo, quella dell'anziano genitore che comincia a non essere più in grado di vivere da solo nella casa che era stata quella della sua famiglia, quella della persona uomo o donna single che quando ha l'influenza o si rompe una gamba non è in grado di bastare a se stesso come in tutti gli altri giorni dell'anno e così via: c'è un forte bisogno di economia sociale intesa come economia della vita quotidiana per continuare a vivere oggi e prepararci a vivere domani. Tutto questo è ancora fortemente relegato in un ambito minoritario, in un ambito di dibattito e di confronto residuale che appunto non conquista mai le prime pagine dei giornali, non conquista uno straccio di dibattito televisivo, non conquista neppure le nostre attenzioni di riflessione. Infatti tutti sappiamo che se la nostra vita ogni giorno va avanti è perché è sostenuta da attività costanti, importanti ma non considerate anzi denigrate... Il nostro andare a lavorare, ad esempio, che è per tanti l'attività prevalente, si fonda sul fatto che c'è una tela che sostiene la nostra vita e che è fatta di tutti questi piccoli gesti (del fare la spesa, del far da mangiare, del portare il bambino, del portar fuori il cane eccetera); tela che se si rompesse, andrebbe tutto a picco, compreso il nostro lavoro. Quante volte non andremmo a lavorare alla mattina se quella tela non reggesse, e quella tela è ancora fortemente fatta di azioni silenziose femminili, quasi trasparenti, tanto sono poco nominate. Allora ritorniamo alla considerazione di cui sopra: se in quanto donne abbiamo chiesto (e anche dalla ricerca emerge) da qualche decennio di non essere le uniche che curano tutti, ma abbiamo chiesto una redistribuzione dei lavori di cura, tanto che oggi siamo le donne del 'e-e' e non del 'o-o', cioè vogliamo avere un lavoro fuori, vogliamo avere una famiglia, vogliamo avere anche il tempo per noi, ecco, se vogliamo tutto questo non può esserci questo senza redistribuzione dei lavori di cura. Allora questo vuol dire che in parte l'attività di cura deve essere garantita dai servizi, in parte dobbiamo garantircela da noi. Il problema è: quando diciamo noi, a chi ci riferiamo? Io credo che si intenda che ci riferiamo a uomini e donne. Ecco, allora questo scambio di ore prevalentemente riferito ad attività della vita quotidiana, in banche del tempo dove il 70 per cento sono donne, ci porta a dire che ancora questo scambio è fortemente svolto tra donne. Questo credo che sia il secondo elemento, oltre quello dello scambio dei saperi, che ci porta a dire che la banca del tempo deve diventare un ambito di uomini e di donne perché è un modo per crescere e per far crescere una cultura di scambio dei bisogni della vita quotidiana in un modo più soddisfacente. Tra l'altro, quando dico soddisfacente non è soddisfacente solo per le donne che così si liberano un po' di alcune incombenze, è soddisfacente anche per gli uomini perché alcune piccole ricerche, non estese come questa della Demoscopea, ci dicono che gli uomini ultrasessantenni che hanno scoperto che nella loro vita oltre che occuparsi di lavoro, prevalentemente - avendo già chiuso con questa vicenda o essendo sul punto di chiudere - scoprono di potersi occupare di qualche compito della vita quotidiana, che riguarda la tenuta della casa o la cura dei nipoti, e dicono di essere contenti di questa dimensione. Quindi, forse significa che la redistribuzione del lavoro di cura, non è semplicemente mettere sulle *spalle degli altri qualcosa che è brutto e cattivo, ma forse vuol dire ritrovarsi insieme a svolgere qualcosa che può essere anche piacevole e gratificante. Ecco, io credo che però nella banca del tempo questo dibattito vada portato e quindi si debba pensare a come dare impulso agli scambi di certi tipi di attività riguardanti la cura e la vita quotidiana fra tutti i soci. Un altro interrogativo che si pone continuamente, e passo a tutt'altro argomento, nel prendere in considerazione la vita delle banche del tempo, è l'argomento della comunicazione e delle relazioni al loro interno: le relazioni tra i soci, le relazioni tra i coordinatori e i soci, le relazioni all'interno delle banche del tempo e verso l'esterno, fanno registrare delle difficoltà. Si tratta di difficoltà prevalentemente riferite allo svolgere un compito gestionale che prevede di mettere in contatto persone tra loro estranee - come sono i soci delle banche del tempo - rappresentando però i contenuti, i valori e le regole delle banche del tempo stesse. Si tratta di difficoltà che avevamo previsto, cioè quella che in altre occasioni, qualche anno fa, abbiamo nominato come un possibile futuro punto di difficoltà che era quello di dire: stiamo attenti che le banche del tempo non sono un gruppo di amici, non sono un gruppo omogeneo per idealità, per modo di pensare, per modo di credere: è un gruppo di persone eterogeneo, attirate dal valore dello scambiarsi, quindi dell'essere utile reciprocamente. Questa è una difficoltà perché noi non siamo abituati a trovarci in situazioni che ci mettono a confronto con la differenza del modo di pensare dell'altro; possiamo accettarla solo se l'unità dell'incontro è quello familiare parentale, allora lì il vincolo parentale è come se ci facesse passare sopra alle differenze, ma altrimenti noi sentiamo maggiormente il bisogno di stare con chi la pensa come noi. Nella banca del tempo noi non possiamo pensare di stare con chi la pensa come noi. Questo dà adito a una certa difficoltà comunicativa. Non solo, quando si hanno dei compiti di gestione (c'è chi parla di coordinatori, chi parla di segreteria, comunque chi conduce temporaneamente la banca del tempo), anche lì si incontrano delle situazioni a cui non si era preparati: si è fatto nascere la banca del tempo perché piaceva l'idea, poi è capitato di dover fare un colloquio con una persona ex alcolista che chiedeva di entrare nella banca del tempo; oppure con una persona che si sa essere utente di un centro di salute mentale e così via. Nascono dei problemi: come fare a condurre quel colloquio e come regolarsi rispetto alla diversità che alcune persone portano con sé? Questi sono temi che vanno trattati all'interno della banca del tempo, non ci sono ricette. Quando dicevamo e diciamo tuttora che la banca del tempo è un'invenzione sociale, facevamo riferimento al fatto che non c'era un modello già precostituito a cui fare riferimento, ma che l'esperienza, nel corso del tempo, ci avrebbe condotto a imparare come fare. Poi ritorneremo su questo punto dell'imparare dall'esperienza perché dall'esperienza non si impara soltanto raccontando l'esperienza, bisogna fare qualcosa di più complesso. Certo, si può fare anche qualcosa che ha a che fare con l'imparare a comunicare, ad esempio il Coordinamento della provincia di Milano è riuscito ad avere dalla Provincia stessa (sapete che, le Province istituzionalmente gestiscono i fondi regionali per la formazione, quindi è l'ente giusto a cui chiedere dei corsi di formazione) dei corsi di formazione sul tema della comunicazione interpersonale e sociale. Sono sicuramente un piccolo contributo in questa direzione, che però non mettono al sicuro dal dover affrontare nella banca del tempo stessa il confronto sul tema: come procediamo tra noi e tra noi e quelli che vogliono entrare nella banca del tempo e fra noi e chi sta all'esterno, quindi in ambiti diversi di comunicazione e di relazione. Un altro punto su cui mi pare valga la pena di soffermarsi, è quello che nomino con una specie di titolo, e che è: tollerare l'ansia derivante dalla non crescita di soci e di ore scambiate. Che cosa voglio dire con questo? Che sento sempre più spesso dei soci, dei coordinatori di banche del tempo preoccupati del fatto che "non facciamo altri soci", "non si scambiano tante ore", come mai? cosa succede? E’ giusto continuare a mantenere un atteggiamento di monitoraggio, di valutazione di quello che succede nella banca del tempo, però attenzione a non chiedersi dei compiti impossibili. L'avevamo già detto che la banca del tempo non poteva aumentare quantitativamente in un lasso di tempo breve, perché la qualità che richiede nelle relazioni e nel suo realizzare lo scambio, è tale per cui i tempi non possono che essere medio lunghi. Questo vale ancora, non è arrivato niente di nuovo che ci dice che si possono bruciare queste tappe, forse si possono bruciare le tappe laddove - e ancora ci sono molte situazioni di banche del tempo che si regolano così - si regalano ore. Allora, per non avere l'ansia del fatto che circolano poche ore, ci si mette a regalarle e si fa quello che fanno le associazioni culturali, le associazioni sportive, le associazioni ecologiche, le associazioni di volontariato sociale. La banca del tempo non regala ore, se no è un'altra cosa, e siccome nessuno ci obbliga a fare delle banche del tempo, ancora, per fortuna, facciamole come devono essere fatte, cioè delle banche del tempo che sono fondate sul valore dello scambio perché ciò ha un senso, ma se anche questo senso non si realizza immediatamente, bisogna perseguirlo nel tempo. Quindi tollerare l'ansia e non cercare scorciatoie. Spesso le banche del tempo sentono la necessità, ad esempio, di attivare dei rapporti con altre associazioni e dietro a questa necessità implicitamente c'è un po' l'idea che, attraverso questo, si aumentano le attività delle banche del tempo. Rispetto a questo punto - e, tra l'altro, proprio l'altra settimana c'è stato un incontro tra le banche del tempo della provincia di Torino che si interrogavano proprio su questo punto dell'ampliamento della propria attività all'incontro con altre associazioni - porto delle domande. Credo che nel momento in cui alle banche del tempo venga voglia di ampliare la propria attività confrontandosi, aprendosi alle altre associazioni, quelle presenti nella propria comunità, occorra chiedersi, farsi proprio questa domanda: quali sono le motivazioni che ci portano ad aver voglia di ampliare i nostri rapporti ad altre associazioni? Io l'ho chiesto in questa situazione di Torino e le risposte che sono venute fuori sono state tra loro diverse. Ve le propongo. Le motivazioni sono motivazioni di promozione della banca del tempo, far sapere che c'è, sostanzialmente; sono legate a un'idea che è quella dell'allargamento del numero di soci e del numero di scambi, di una diversificazione delle attività nell'ambito delle banche del tempo e anche di una sorta di vetrina per poter dire: ci siamo anche noi. Questa è una motivazione forte, sembra quasi intollerabile per i soci delle banche del tempo vedere che gli altri delle altre associazioni si danno delle occasioni per farsi vedere pubblicamente, "invece noi non ci siamo". Ma vale la pena di esserci se c'è un motivo per esserci, ci si mette in vetrina per farsi vedere se questo porta a qualcosa, perché di per sé l'esibizione potrebbe non essere interessante. Allora il farsi vedere nella comunità, deve portare a qualcos'altro. Questo a che cosa ci porta? Credo che non sia ancora sufficientemente chiaro, tanto che, ad esempio in quell'occasione di confronto, è emerso che ci sono delle banche del tempo che hanno delle attività in comune con altre associazioni per realizzare un obiettivo di tipo sociale o solidale, dove però non avviene uno scambio. Allora queste situazioni devono interrogare, perché da un lato abbiamo detto che la banca del tempo ha senso che esista se scambia, infatti se ci troviamo ancora nelle situazioni in cui si regalano ore - come è già successo e come credo ancora succeda - soprattutto nelle banche del tempo che nascono all'interno di associazioni di volontariato, nasce questo tipo di conflitto fra chi dice: "Io ti do un'ora e tu mi dai un'ora", quindi fra chi aderisce a questo principio, e chi dice: "Ma che fiscalità! Ma cosa vuoi che sia un'ora! Io ho del tempo, lo regalo". Capite bene che un'affermazione di questo tipo è così svalorizzante verso lo scambio che i margini di confronto risultano essere quasi nulli, perché stiamo parlando di valori diversi. O riconosciamo reciprocamente che questi valori sono ugualmente buoni, oppure se chi ha del tempo da regalare ritiene che sia di poco conto star lì a contarlo, allora non ci siamo. Bisogna avere il coraggio di portare maggiore chiarezza in questo ambito all'interno della banca del tempo stessa e soprattutto, dicevo, con le altre associazioni. Può anche essere che ci sia un'occasione nella comunità, nel proprio comune, nel proprio quartiere in cui si aderisce a un obiettivo di solidarietà - del resto la maggior parte degli statuti delle banche del tempo e dei regolamenti, fanno riferimento a questo valore - ne fanno riferimento per lo scambio, però ci sono degli statuti in cui si afferma che la propria associazione banca del tempo lavora per costruire questo valore della solidarietà nella comunità. Può allora esserci l'occasione in cui, ad esempio - è un esempio vero - si raccolgono dei fondi per la costruzione di una scuola nel Ghana. La banca del tempo può partecipare a un'occasione di questo tipo se rimane un'occasione particolare, delimitata nello spazio e chiara nel suo valore a tutti i soci, che però è oltre l'attività dello scambio. Se non c'è questa chiarezza, è talmente forte la seduzione del partecipare a una buona azione - in un tempo in cui pare che siamo diventati tutti uguali e tutti buoni e ci dimentichiamo delle reali differenze fra noi - che capite che si può andare di corsa tutti quanti nella stessa direzione, ma questo fa morire la banca del tempo, anzi io colgo anche l'occasione per dirvi: provate, nelle situazioni in cui vivete, a capire perché alcune banche del tempo muoiono: alcune muoiono semplicemente perché c'era una motivazione sbagliata, altre muoiono per qualche altro motivo. È interessante, in questa fase, capire perché muoiono, perché forse pensavano che fosse appunto una bella idea ma che non aveva a che fare con l'azione quotidiana dello scambio, e io continuo a incontrare delle persone che mi dicono: "Ah che bella idea la banca del tempo", "Ma lei scambierebbe?", "Ah, io non ho bisogno di niente". Bene, pensioniamoci. Queste sono le criticità che noi incontriamo nel realizzare e nel portare avanti le banche del tempo. Allora bisogna chiedersi che cosa si crea di più e di diverso attivando lo scambio piuttosto che mantenendo delle tradizionali relazioni tra associazioni, quindi devo sapere, io banca del tempo, cosa "guadagno" nell'avviare un'attività di scambio con un'altra associazione, oppure avendo semplicemente una collaborazione per un progetto particolare, visibile nel tempo. Infatti, ci sono delle banche del tempo che scambiano con le associazioni, ci sono delle banche del tempo che scambiano anche con i Comuni, ci sono delle banche del tempo che hanno delle convenzioni con i Comuni e delle banche del tempo che invece fanno diventare soci i Comuni, e quindi la banca del tempo interagisce, anziché con una singola persona, con un corpo collettivo. Questo è possibile, si tratta poi di scambiarsi tra banche del tempo questo sapere per mettere in atto analoghi meccanismi nella propria banca e credo che, attraverso Tempomat, questo potrebbe essere realizzato. Nella provincia di Milano c'è una news lettre che circola tra le varie banche del tempo, ecco, un foglio che circola in cui si scrivono determinate modalità per affrontare un determinato problema, dopo essere passati da un'analisi della propria situazione, è un modo utile per far circolare il "come fare". Un ultimo punto e poi chiudo: le banche del tempo hanno bisogno di definizioni legislative? Su questo il dibattito mi pare che non sia ancora sufficientemente aperto. Credo che come ambiti di mutuo aiuto, le banche del tempo possono rappresentarsi, quindi rappresentare se stesse, socialmente attraverso delle delimitazioni e dei vincoli deboli e non necessariamente delimitazioni e vincoli forti. Che cosa voglio dire con questo? Penso che una ricchezza delle banche del tempo sia quella di non nascere per provvedimento legislativo, ma di nascere per desiderio e motivazione personale e sociale. Allora, se appunto le banche del tempo non nascono per provvedimento legislativo, c'è da chiedersi quali vantaggi può portare alla vita della banca del tempo una più precisa definizione legislativa. È una domanda che va posta. Alla fine, nei momenti in cui questa domanda un po' è stata posta, sembra che il vantaggio presunto -perché non è ancora un vantaggio reale - possa essere di tipo economico e che motiva la banca del tempo a diventare istituzione. Credo che bisogna che ci mettiamo reciprocamente in guardia da questa semplicistica motivazione, per una serie di argomenti che cerco di portare. Rispetto al problema economico, noi siamo in una cultura, quella italiana, che ha espresso molto attraverso la rivendicazione di spazi, di visibilità, di mezzi all'istituzione pubblica, tanto che contemporaneamente, rispetto ad altri paesi europei, è meno cresciuta una capacità di autogoverno perché noi abbiamo, per semplificare un po' le idee, molto più chiesto che altri facciano piuttosto che misurarci noi stessi col nostro fare, quindi con l'autorganizzazione, tanto che le dimensioni gestionali della banca del tempo ci procurano un sacco di problemi e di difficoltà, proprio perché non siamo culturalmente abituati ad autogestire le nostre situazioni, siamo più abituati a stare in situazioni gestite da altri. La richiesta di tipo economico, è una delle prime richieste che ci viene da fare, prima ancora di sapere a cosa servirà. Non sono certo io che vi dirò che i soldi non servono, il problema è chiedersi a cosa servono. La banca del tempo, nel momento in cui ritiene di aver bisogno di soldi, deve sapere anche a cosa servono quei soldi, quindi deve avere un atteggiamento progettuale, perché i soldi delle fotocopie o dei francobolli possono essere coperti dalla tassazione annuale. Ci sono delle banche del tempo leggere che vivono senza computer e senza un telefono stabile, hanno una sede in regime di scambio, non è che non servono soldi, però bisogna avere chiaro a cosa servono perché altrimenti il rischio è di fare un ragionamento (su cui io sono fortemente critica anche nella situazione milanese) di diventare istituzione per poter successivamente chiedere dei soldi che forse arriveranno ma forse no, e poi vedremo cosa farne. Ecco, io sento che dentro qui c'è qualcosa che va migliorato, bisogna diventare capaci di ragionamenti diversi. La banca del tempo è una situazione che, come dicevo prima, vive di legami deboli - per deboli intendo proprio elastici, non deboli poveri, ma elastici, non rigidi - può vivere, anzi vive se ha proprio la capacità di avere dei legami elastici. Non ha bisogno quindi di vincoli, non ha bisogno di una legge che dica come devono essere le banche del tempo; le banche del tempo possono avere bisogno di soldi, però per fare qualcosa che sia chiaro. Questo, a mio parere, significa anche conquistarsi un pensiero, una cultura che davvero si differenzia dall'esistente: la nostra scommessa è proprio quella di stare insieme a partire da regole diverse che non stiamo mutuando da nessun'altra istituzione, e la scommessa anche interessante è quella che ci fa registrare una crescita lenta, ma in una direzione entusiasmante. Va detto perché la banca del tempo tende a creare una nuova cultura entro l'economia solidale, e quindi deve trovare anche forme nuove di regolazione interna e di relazione con l'esterno che, a mio parere, appunto sono chiare e già agibili oggi, attraverso lo scambio e attraverso la convenzione anche con le istituzioni: perché la banca del tempo vive più del riconoscimento reciproco tra i soci che non del riconoscimento del Comune. Lo so che è un'affermazione che suscita anche delle perplessità, perché uno dei primi passi che le banche del tempo vogliono fare è essere riconosciute dal Comune. Bisogna anche qui capire che cosa si porta a casa attraverso questo riconoscimento. Se si porta a casa la possibilità di aprire un confronto col comune, ad esempio, per lo scambio di una sede in cambio di qualcos'altro, va benissimo questo riconoscimento; se si porta a casa la possibilità di essere inseriti in un elenco ipotetico che non si sa a cosa servirà in seguito, di questo riconoscimento si può fare a meno, mentre non si può fare a meno del riconoscimento reciproco tra soci nello scambio. Con questo voglio dire che la banca del tempo, lo ripeto, non è - e deve trovare la sua strada per esserlo - né il gruppo di amiche o amici, né l'istituzione-servizio, è un'altra cosa e quindi deve dimostrarlo nei fatti di essere un'altra cosa e per dimostrarlo, per avere quindi un cemento di relazione reciproca, deve passare attraverso il riconoscersi tra persone che pur non pensandola allo stesso modo, "siamo qui per dar vita a qualcosa che serve a entrambi", e nel servire a entrambi, serve alla comunità nel suo insieme. La banca del tempo vive se trova una dimensione relazionale, come dicevo prima, nuova, e vive se trova una dimensione gestionale interna attenta contemporaneamente a due elementi, e sintetizzo quello che ho già detto per concludere: attenta a far circolare gli scambi, che è l'obiettivo primario, ma attenta contemporaneamente alla creazione e al mantenimento di buone relazioni, perché credo che tutti abbiamo scritto nei nostri regolamenti che la banca del tempo è un ambito di socializzazione. Allora, le risposte a tutto questo, abbiamo detto che ci piacerebbe sapere che sono scritte da qualche parte e andare a copiarle, non c'è ancora un modello, stiamo ancora sperimentando. Questi momenti di confronto servono a imparare dall'esperienza. Vuol dire mettere un tassello in più rispetto a ieri, però, dicevo prima, imparare dall'esperienza necessita un movimento complesso e anche un po' faticoso. Col racconto dell'esperienza non si impara, il racconto serve, serve a metterci in contatto l'uno con l'altro, serve a conoscerci, serve a tirar fuori una parte di noi, ma di per sé non basta per imparare. Bisogna analizzare le situazioni, e per analizzare le situazioni bisogna chiedersi tanti perché: perché succede un certo fenomeno, perché succede lì e non altrove, perché succede a quelle persone e non ad altre. Analisi vuol dire, quindi, darsi degli indicatori anche molto semplici per portare dei dati su cui si apre una riflessione tra i soci e tra banche diverse. Ed è solo dandosi questo tempo di confronto sui dati di analisi, non sul racconto, che noi possiamo avere l'elaborazione della nostra esperienza, magari due sassolini ma che ci portano una novità rispetto al punto a cui siamo arrivati fino a oggi. Ecco, io auguro a tutti e a me stessa che questi momenti e i momenti nelle singole banche del tempo e i momenti di coordinamento tra le banche del tempo, siano momenti in cui si impara dall'esperienza. Continuo a considerarla una grande possibilità, una grande opportunità per tutti noi per dar senso alla nostra stessa vita. II° SESSIONE: "Una legge tira l’altra" Introduzione di Adele Grisendi "Per favorire lo scambio di servizi di vicinato, per facilitare l’utilizzo dei servizi della città e il rapporto con le pubbliche amministrazioni, per favorire l’estensione della solidarietà nelle comunità locali e per incentivare le iniziative di singoli e di gruppi di cittadini, associazioni, organizzazioni ed enti che intendano scambiare parte del proprio tempo per impieghi di reciproca solidarietà e interesse, gli enti locali possono sostenere e promuovere la costituzione di associazioni denominate "banche dei tempi". Gli enti locali per favorire e sostenere le banche dei tempi, possono disporre a loro favore l’utilizzo di locali e di servizi e organizzare attività di promozione, formazione e informazione. Possono altresì aderire alle banche dei tempi e stipulate con esse accordi che prevedano scambi di tempo da destinare a prestazioni di mutuo aiuto a favore di singoli cittadini o della comunità locale. Tali prestazioni devono essere compatibili con gli scopi statutari delle banche dei tempi e non devono costituire modalità di esercizio delle attività istituzionali degli enti locali": firmato Parlamento Italiano, 22 febbraio 2000. Questo, come tutte e tutti voi sapete, è l’art. 27 della Legge n. 53 pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana l’8 marzo 2000. Dico subito che lo considero un buon risultato. In gran parte lo si deve all’on. Elena Cordoni e (non si dovrebbe mai fare, ma..) anche alla sottoscritta. Con l’on Cordoni ho avuto parecchi contatti dalla fine dell’estate 1999 in poi. E ho anche sollecitato l’attenzione del uppo dei Verdi, tramite l’on. Polo Galletti. Tale gruppo, infatti, aveva presentato una buona proposta di legge sui tempi e orari delle città comprensivo di un articolo ben scritto sulle B.T.. La prima stesura dell’art. 27 era molto diversa. Le Banche del Tempo vi apparivano come servizi pubblici creati in primo luogo dai Comuni per favorire il mutuo aiuto tra i cittadini e per migliorare il loro rapporto con le istituzioni. Credo sia sufficiente questo riferimento a dimostrare i cmbiamenti introdotti. L’art. 27 viene da lontano. Per la prima volta, insieme a Ivana Zomparelli dell’Ufficio Tempi del Comune di Roma, ne abbiamo parlato nel corso del 1995 con Livia Turco, allora presidente della Commissione Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. L’on. Turco fu sollecitata a inserire nel Progetto di Legge sui Tempi delle città un articolo specifico sulle Banche del Tempo che ne riconoscesse la natura associativa e ne prevedesse L’missione al sostegno garantito all’associazionismo, sulla base della legge n. 142/1990. riforma degli Enti locali. Nel 1995, la maggior parte di voi ancora non sapeva che avrebbe fondato o aderito a una Banca del Tempo. "Una legge tira l’altra" è il titolo dato ai lavori di questa mattina e sta a significare che, dopo la legge nazionale, sarebbe utile completare il quadro della legislazione di sostegno con disposizioni regionali. Non è una necessita stringente in quanto siamo in presenza di due leggi nazionali alle quali appellarci e cioè: 1) la Legge 142/1990, Riforma degli Enti locali, che al Capo III "Partecipazione popolare" stabilisce l’obbligo per gli Enti locali (Comuni, Province e Regioni), nell’ambito delle loro prerogative istituzionali, di sostenere e promuovere le libere associazioni dei cittadini; 2) l’art. 27 della Legge n. 53 dell’8 marzo 2000 che, chiarendo la natura associativa delle Banche del tempo e affidando funzioni di promozione e sostegno agli Enti locali, in primo luogo al Comune e sotto forma di servizi, elimina ogni possibile confusione con il volontariato. In ragione di queste due leggi nazionali, pertanto, anche alle B.T. dovrebbero essere applicate di diritto le leggi regionali di sostegno all’Associazionismo o alla Famiglia. La legge 53/art. 27/200, inoltre, mette "fuori legge" le Banche del Tempo aperte dalle Amministrazioni Comunali come fossero servizi pubblici!Ho esaminato, tramite il servizio Internet di Ancitel e in parte facilitata dalle segnalazioni pervenute da molte banche, le leggi sull’Associazionismo di varie Regioni (Lombardia, E. Romagna, Marche, Toscana, Liguria, Puglia, Lazio, Piemonte, Veneto, Abruzzo). Le uniche regioni delle quali non ho trovato nulla sono la Sardegna e la Sicilia. Tutte queste leggi permettono alle Banche del Tempo di chiedere l’iscrizione ai vari Albi regionale e di accedere agli eventuali benefici previsti. La condizione è che si tratti di associazioni con tanto di Statuto registrato. Come diceva ieri Grazia Colombo, però, si deve fare molta attenzione. Se la condizione per ottenere i benefici economici è snaturare la banca, allora non si deve chiedere il finanziamento. Mentre io ritengo che l’iscrizione all’Albo sia opportuna, perché il riconoscimento che ne consegue non soltanto dà visibilità istituzionale a questo giovane fenomeno associativo, ma è utile ai rapporti con i comuni o altre istituzioni locali alle quali le banche di norma si rivolgono per ottenere l’aiuto in servizi (sede, telefono, ..): aiuto che è spesso condizione di vita o di morte. Ho esaminato, inoltre, le leggi di alcune Regioni relative al sostegno alla Famiglia e ho trovato conferma che in Italia, a meno di una mia svista clamorosa, ci sono due leggi regionali che citano le Banche del Tempo: la n. 23/1999 della Regione Lombardia e la n. 27/1989 della Regione Emilia Romagna istitutiva dei Centri Famiglie. Quest’ultima è stata la prima legge italiana in assoluto a nominare le banche. Ne prevede l’istituzione all’interno di servizi pubblici, denominati appunto Centri Famiglie, con il compito di creare nuclei di solidarietà fra le famiglie utenti dei Centri e allo scopo di favorire l’inclusione sociale di famiglie comprendenti soggetti a rischio (es. handicappati), oppure con difficoltà di integrazione nella realtà locale (es. immigrate). La Banca del Tempo di Mirandola e due di Bologna, per fare qualche esempio, sono nate all’interno dei rispettivi Centri Famiglie e, poi, si sono aperte all’esterno accogliendo tra i soci che scambiano tempo anche singole persone. La legge n. 23 sulla Famiglia della Regione Lombardia all’art.5 "Promozione dell’associazionismo familiare" al comma 1), lettera a) prevede di "organizzare e attivare esperienze di associazionismo sociale, atto a favorire il mutuo aiuto domestico e di cura familiare, anche mediante l’organizzazione di banche del tempo". Cosa siano le banche del tempo viene definito nel successivo comma 6): "Per banche del tempo si intendono forme di organizzazione mediante le quali persone disponibili ad offrire gratuitamente parte del proprio tempo per attività di cura, di custodia e assistenza, vengono poste in relazione con soggetti e con famiglie in condizioni di bisogno. Il collegamento e l’intermediazione tra i soggetti interessati alla banca del tempo sono svolte da associazioni senza scopo di lucro". E’ evidente a tutti che la legge 23 della Regione Lombardia classifica le Banche del Tempo come una tra le tante Associazioni di Volontariato. Le definisce, infatti, associazioni senza scopo di lucro composte da persone disponibili ad offrire parte del proprio tempo a persone bisognose. Ad offrire, non a scambiare! Inoltre, le attività di queste persone riguardano la cura e L’assistenza a soggetti e famiglie bisognose; ma la cura e l’assistenza sono escluse dalle prestazioni solidali indicate negli statuti delle Banche del Tempo italiane! A me basta questo per affermare che la Legge n. 23 della regione Lombardia è una legge sbagliata. Fuori posto, poi, è la collocazione del sostegno alle B.T. in una legge dal titolo "Politiche regionali per la Famiglia". Le Banche del Tempo, infatti, sono associazioni di mutuo aiuto tra persone che hanno necessità di risolvere i piccoli problemi legati all’organizzazione della vita quotidiana e tali problemi non derivano soltanto dalle esigenze famigliari, ma anche individuali e abbracciano un’area di bisogno materiale molto vasta. Come abbiamo visto ieri, poi, una parte consistente degli scambi di tempo è destinata alla trasmissione dei saperi e alla soddisfazione di esigenze culturali. Obiettivamente con la famiglia hanno poco a che spartire. In conclusione, ritengo che si debbano evitare leggi analoghe da parte di altre Regioni. Anche per un motivo di ordine più generale e che ricavo sempre Dall’Art. 5, comma 1, laddove sta scritto: "La Regione, in attuazione del principio di sussidiarietà, in base al quale vengono gestite dall’ente pubblico le funzioni che non possono essere più adeguatamente svolte dall’autonomia dei privati come singoli o nelle formazioni sociali in cui si svolge la loro personalità, valorizza e sostiene la solidarietà tra le famiglie, promovendo le associazioni e le formazioni di privato sociale rivolte a ….". Non condivido, cioè, quel particolare principio di sussidiarietà che prevede sia lo Stato ad assumersi l’onere di assolvere le funzioni di assistenza e di cura soltanto laddove e a favore di chi non può pagarsi le prestazioni oppure avere a disposizione il volontariato o il privato sociale di servizio. Questo non è la mia idea di stato sociale, ma soprattutto disintegra l’impianto dello stato sociale, pure scassato, che abbiamo in Italia. Ecco perché ritengo si debbano evitare leggi analoghe da parte di altre Regioni. Le altre leggi di sostegno alla famiglia, ad esempio quella di Marche, Liguria, Lazio e Toscana, non citano le banche del Tempo e questo mi rassicura. Le cita, invece la Legge n. 72 del 1997 della Toscana. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una legge che colloca queste associazioni in un ambito non discutibile come quello della Lombardia, ma insomma! Il titolo, infatti, è: "Organizzazione e promozione di un sistema di diritti di cittadinanza e di pari opportunità: riordino dei servizi socio-assistenziali e socio-sanitari integrati". Inoltre, l’art. 27, comma 5 è confuso quasi a dimostrare che anche il legislatore non aveva ben chiaro l’argomento trattato. Vediamo cosa dice: "I Comuni, allo scopo di favorire servizi di informazione, di mutualità e di partecipazione, sostengono centri di riferimento e banche del tempo finalizzati a recepire iniziative e gestire campagne informative, correlare la disponibilità allo scambio di prestazioni di competenze e di tempo, facilitare l’auto-organizzazione e i gruppi di auto-aiuto". Ora io penso che ritornando a casa voi dobbiate avanzare una richiesta ai Presidenti delle Regioni eletti da poco, affinché integrino la legge già esistente in materia di Sostegno dell’Associazionismo con il richiamo alle Associazioni Banche del Tempo. Rispettandone le caratteristiche e la natura del tutto particolare. E’ il caso, ma si tratta di valutarlo di volta in volta, di coinvolgere nella vostra richiesta il Comune o altra istituzione che sostenga la vostra banca. Ci sono Regioni (ad esempio la Sardegna e la Sicilia) che non hanno tale legge e, pertanto, l’intervento delle Banche del Tempo, oltre ad essere utile per i loro bisogni, è utile a tutte le altre associazioni. Come è tradizione di Tempomat che offre soprattutto servizi, ho preparato un fac simile di lettera destinata al Presidente della Regione e un’altra destinata al Presidente del Consiglio regionale e ai Presidenti dei gruppi politici in Consiglio. Potrete utilizzarla come traccia nel confronto da aprire con il vostro Ente sostenitore e, dopo averne concordato il testo definitivo, le potrete inoltrare ai destinatari. E magari inviare per conoscenza alle associazioni presenti nel vostro paese e nella vostra città invitandole a fare altrettanto laddove non esiste la legge regionale sull’associazionismo. Chi desidera ricevere il fac simile di lettera può richiederlo a Tempomat Intervento conclusivo II Sessione di Sergio Veneziani La riflessione che penso di svolgere attiene sostanzialmente alle leggi e alle ragioni per cui vengono fatte le leggi. Io parlerò naturalmente della Lombardia che è l’osservatorio nel quale mi trovo. Ieri Adele ha spiegato abbastanza bene qual è la legge lombarda sulle banche del tempo. Io confermo che l’approccio a questa legge non va bene. E’ la filosofia di fondo che sta dietro a questa legge che non va bene. E’ una legge che prevede il "Registro regionale delle associazioni di solidarietà familiare". L’approccio alle banche del tempo in modo particolare, ma anche al resto del volontariato dovrebbe avere come valore centrale non sono la cultura familiare, ma la cultura dell’inclusione, la cultura della partecipazione, la cultura della cittadinanza attiva. Secondo le esperienze delle banche del tempo a me note, oltre allo scambio dei servizi che è alla base di tutto, c’è anche il fatto che la gente trova scopi, motivazioni ragioni di socializzazione che li include. In molti casi la gente esce dalla solitudine, dall’emarginazione, si mette in rete, si relaziona. Quindi una legge avrebbe bisogno, almeno a mio parere, di un orizzonte molto più ampio di quello dato alla legge regionale sulla famiglia e le BdT chiederanno anche perché la legge sulle banche del tempo è stata inserita in una logica familiare. Io credo che l’osservatorio regionale lombardo sia oggi uno dei punti strategici per lo sviluppo culturale, politico ed economico del nostro paese. In Lombardia, in sostanza, si giocano partite grossissime rispetto a quali sono i ruoli, i poteri, i compiti che vengono dati alle Regioni. Formigoni è capofila di un’idea di federalismo che ribalta l’idea e la logica del federalismo sociale. E’ un concetto di federalismo basato sulle tutele e garanzie di chi ha e la protezione di chi ha già. Si gioca anche una partita importante sullo sviluppo economico, perché guardate che i poteri che verranno dati alle regioni determineranno e indirizzeranno risorse. Quindi si gioca sul terreno dei poteri, si gioca sul terreno dello sviluppo economico, si gioca, e qui è la parte che a noi interessa molto di più, sul modello di stato sociale che vuole essere costruito. Noi abbiamo bisogno che insieme alla Regione gli stessi comuni e le province svolgano dei ruoli attivi nella gestione e nella programmazione dello stato sociale. Attivo non vuol dire totalizzante, non vuol dire che lo stato deve garantire tutto. Lo scontro è grande su questo terreno in Lombardia e riguarda proprio il modello di stato sociale che si vuole costruire. Le differenze di modello passano in modo trasversale ai mondi del volontariato e dell’associazionismo. Non è vero che i cattolici sono per il privato ed i laici sono per il pubblico. In Lombardia si scontrano due concezioni che dividono trasversalmente i laici e i cattolici. Io ho partecipato qualche mese fa ad un convegno indetto da un’associazione laica lombarda con l’unico obiettivo di attaccare la legge nazionale 460. Il tema del convegno era: "E non ci fanno volare" ritenendo che la legge 460 ponga dei vincoli alle associazioni che impediscano la loro crescita. La legge 460 è una legge nazionale che stabilisce ciò che un’associazione di volontariato può o non può fare per essere considerata Onlus e per essere iscritta nei vari registri del volontariato e dell’associazionismo. E’ una legge molto importante che può essere migliorata e si pone come obiettivo di dare norme e regole che valgano per tutte le associazioni di volontariato perché non può esistere un’attività qualsiasi al di sopra e al di fuori della legge. L’attacco a questa legge era il pretesto per proporre uno stato sociale affidato al privato - privato, al privato - sociale, al volontariato che si finanzia esclusivamente con le donazioni. Le donazioni, poi, dovrebbero essere detraibili dalle tasse in cifre e quantità considerevoli e consistenti. Già oggi alcune donazioni è possibile detassarle ma in misura contenuta. Quindi questo è il modello. Lo stato praticamente scompare. Resta l’iniziativa privata; dove non c’è iniziativa privata c’è il privato sociale, quindi la cooperazione sociale. Se proprio questi non ce la fanno arriva il volontariato; dopo, alla fine, arriva lo stato; cioè dopo non c’è più niente. Questo è un modello di stato sociale sul quale il confronto sarà acceso. E’ il concetto di sussidiarietà che ci divide, cioè è l’applicazione e la realizzazione della sussidiarietà che diventa un elemento dirimente nel confronto sul modello di stato sociale che noi vogliamo costruire in Lombardia.Associazioni quali le banche del tempo, l’Auser ed altre diventano, nel modello che abbiamo in mente noi, dei soggetti fondamentali e importanti non perché si sostituiscono al ruolo dello stato ma proprio perché partono dall’idea di dono, di volontariato, di scambi, di disponibilità e svolgono servizi di natura integrativa al pubblico. Ho ascoltato con molto interesse, ma non sono in grado, ve lo confesso, di entrare nella discussione per stabilire se occorre una legge che finanzi le banche del tempo o meno. Così come non ho una competenza tale per poter capire o dire se i finanziamenti alle banche del tempo ne snaturano o potenzialmente ne possono snaturare la funzione. Io, per quello che conosco delle banche del tempo della Lombardia e dei problemi che generalmente i nostri rappresentanti nelle banche del tempo sollevano all’Auser, vedo generalmente problemi connessi non alle risorse economiche ma alle strutture. Tanto per essere chiari a me non capita che si chiedano soldi, ma mi capita che chiedano sedi, telefono, fax. Abbiamo problemi di strutture tecniche, non di risorse finanziarie. Eventualmente risorse finanziarie possono essere finalizzare ad acquisire strutture tecniche senza snaturare il ruolo e la funzione della banca del tempo. Se i finanziamenti sono finalizzati invece allo svolgimento di attività non proprie delle BdT viene meno la loro funzione e si perde la loro originalità. Le possibilità di accedere a finanziamenti in una realtà come quella lombarda sono tante. C’è la Fondazione Cariplo che ha un patrimonio di 12.000 miliardi. Gli utili d’esercizio di questi 12.000 miliardi per legge e per statuto devono essere finalizzati alla promozione, sviluppo, crescita del volontariato e del terzo settore. Ci sono dai 300 ai 500 miliardi ogni anno in Lombardia da destinare alla promozione e allo sviluppo del volontariato e del terzo settore in generale. Una cosa che noi possiamo fare è proprio chiedere alla Fondazione Cariplo che nella destinazione delle risorse per beni strumentali debba rientrare anche il circuito delle Banche del Tempo. Guardando attorno a noi osserviamo due cose: gente che ha finito il lavoro, che è andata in pensione ancora giovane ed ha una condizione economica generalmente non disprezzabile. Il bisogno economico sta pian piano diventando non più il bisogno primario ma diventa molto di più un problema quello dell’inclusione, della socializzazione, di sentirsi qualcuno per uscire dalla solitudine e dall’emarginazione. Bene, l’Auser lavora per evitare la solitudine e l’emarginazione. Ritengo che anche le BdT, sia pure in forma differente dal volontariato promuovano in antitesi all’emarginazione, l’inclusione. Dalle cose che ho cercato di dirvi, spero sia anche emersa l’idea di società che noi pensiamo di costruire attraverso l’impegno del volontariato nell’Auser, attraverso le BdT. Guardate che è vero: dove arriviamo noi, dove arriva il volontariato e dove arrivano le BdT non arriva nessun altro. Di fronte a una società che tende ad incattivirsi è meglio l’impegno di persone che la rendano più vivibile e migliore. 14) "FACILE, eppur difficile; Le Banche dei Tempo italiane tra successi e problemi” Interventi alla V° CONFERENZA NAZIONALE delle BANCHE DEL TEMPO Rimini, Teatro degli Atti, 30 Novembre-1 Dicembre 2001 Con il Patrocinio dell’A.N.C.I. nazionale, della Regione Emilia Romagna, del Comune e della Provincia di Rimini “Le Banche del Tempo di Rimini tra successi e difficoltà” Leonina Grossi (Coordinatrice della Banca del Tempo di Rimini-Santa Giustina) Raccontare delle Banche del Tempo di Rimini non è facile per svariati motivi: il primo è quello che l’andare indietro con i ricordi non ci inganni… C’è poi il rischio che, nel raccontare gli eventi le occasioni e le storie, anche senza volerlo, si pecchi di presunzione. Non sono queste le intenzioni. Come raccontare, poi, in differita, le emozioni, i passaggi, le speranze a volte tradite, le amicizie, i successi e gli insuccessi di questi anni? Siccome, però, così si deve fare, ci proveremo (e non è un plurale maiestatis, ma piuttosto il cercare di parlare di una persona sola per tante). Ovviamente, comincerò dall’inizio. Era il mese di novembre del 1995, quando un gruppo di persone, componenti del Comitato di Gestione ai Servizi Sociali del Consiglio di Quartiere n° 5 - oltre a me, c’erano Marina Tognacci, Luana Gariboldi e Daniela Semprini Cesari - si dissero che forse, per creare buone relazioni all’interno del nostro vastissimo quartiere (conta circa 26.000 abitanti) e considerando che non disponevamo di grandi risorse economiche, avremmo dovuto e potuto investire in risorse umane… In quel momento avevamo sentito parlare della nuovissima esperienza/fenomeno della Banca del Tempo, ideata e aperta a due passi dal nostro Quartiere, a Sant’Arcangelo di Romagna. La cosa ci ispirava; inoltre, eravamo già amiche e amici e credevamo nei rapporti umani, nella voglia-bisogno delle relazioni di amicizia, di una piacevole amicizia. Ritenevamo che questa fosse una iniziativa necessaria per il nostro territorio tanto esteso e per la vita frenetica e spesso anonima che anima la nostra città. Ritenevamo che la nostra gente avrebbe trovato giovamento proprio grazie alle relazioni di buon vicinato allargato che la banca di Snt’Arcangelo aveva sviluppato per prima. Eravamo certi che, dalle piccole necessità, avrebbero potuto nascere amicizie, voglia di stare insieme..e – perché no?- anche qualcosa di buono per tutti, compresi coloro che non avessero aderito alla banca. La proposta di fondare una nostra banca risale alla fine del 1995, data in cui l’abbiamo proposto al quartiere che avrebbe dovuto dare la disponibilità dei locali, del telefono e di un po’ di materiali di cancelleria. Il Quartiere l’approvò con una delibera. Per aprirla, però, occorreva ben altro: innanzitutto persone con la voglia di fare e anche qualche risorsa economica. All’inizio del 1996, nel corso di una riunione, ho incontrato casualmente un’amica: Maria Teresa Lella Casadei, allora Assessore alle Pari Opportunità del nostro comune. Le parlai delle nostri intenzioni e delle difficoltà, compresa quella economica. Lella, senza che le chiedessi espressamente un contributo, risposte testualmente: “Anch’io, come Assessore, vorrei far nascere una Banca del Tempo, perciò non ci sono problemi: i soldi ve li dà l’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Rimini”. E così siamo arrivati al 30 novembre del 1996, quando abbiamo fatto la nostra brava festa di inaugurazione a Centrogiovani Quartiere Cinque. Gli iscritti erano in tutto undici, sette donne e quattro uomini; infatti, ognuno dei quattro che aveva avuto l’idea si era già attivato estendendo l’invito di adesione ai propri amici. La sede era stata scelta a Santa Giustina, presso appunto il Centro Giovani, sia perché la maggior parte dei primi iscritti erano lì e vivevano già quella struttura come la propria casa, sia perché, in qualità di responsabile di quella struttura e anche di iscritta alla banca, si era valutato che, di certo, io ne avrei maggiormente assecondato le necessità, in quanto a disponibilità di spazi e di gestione. Quando abbiamo cominciato, c’era da inventare tutto. Non sapevamo, di preciso, come si dovesse fare. C’erano tante difficoltà di gestione, ma anche di relazione. Oltre al nostro personale impegno, abbiamo ricevuto un valido supporto dallo Sportello Donna del Comune di Rimini, che ci ha fatto - e ci fa - da Tam Tam (Titti Corbelli, la responsabile è una delle nostre socie). Dobbiamo ringraziare anche tutti i quotidiani e i periodici locali, le radio e le televisioni della nostra zona. Più di tutto, però, ci è servito il passa parola, cioè le relazioni umane. Ciascuno del gruppo iniziale ne parlava con amici e conoscenti e così la banca ha fatto presa. Il fatto di crederci per primi noi ha fatto che sì che sapessimo trasmetterla meglio agli altri. Dal 1996 abbiamo ricevuto un valido supporto alla costruzione della nostra banca dalla relazione con Tempomat, l’osservatorio creato dall’associazione “Il cittadino ritrovato” alla quale siamo iscritti con il numero 156/1996. Da allora abbiamo partecipato ai seminari di formazione e di approfondimento e, quando abbiamo potuto, alle conferenze nazionali; siamo stati assistiti e sostenuti; abbiamo fatto conoscenza con le altre banche italiane e iniziato ad avere rapporto con molte. Come ricordavo, fin dall’inizio il Quartiere ci ha sostenuto, riconoscendo alla nostra banca una funzione uguale a quella dei servizi di base per la socializzazione. Il Comune di Rimini, tramite l’Assessorato alle Pari Opportunità, ci ha garantito strutture anche aiuto economico e siamo stati monitorati dalla Regione Emilia Romagna. Del sostegno di Tempomat ho già detto. E’ accaduto che anche noi siamo diventati importanti per il quartiere, per il quale, dal 1996, tanto per fare un esempio, abbiamo inventato e condotto ogni estate un evento dedicato ai ragazzi da zero a 90 anni. Tutti i giovedì del mese di luglio organizziamo “La festa è mia”: una festa molto stancante, ma bellissima che consente ai bambini ed alle famiglie di stare insieme nelle sere d’estate, di relazionarsi e stringere amicizie con gli altri, in un ambiente non rumoroso. Per “La festa è mia” gli iscritti alla banca fanno di tutto: dalla progettazione all’allestimento (e devo ricordare il lavoro incessante di Zelindo Pascucci, di Salvatore Celli e le documentazioni fotografiche di Cristina D’Argenzio ed il lavoro dei suoi ragazzi); dai tavoli di bricolage ai tavoli di solidarietà, per i quali l’oggettistica è tutta o quasi preparata o raccolta durante l’inverno dagli iscritti; dalla gestione diretta alla ricerca delle sponsorizzazioni. Tutto ciò si aggiunge alle risorse messe a disposizione dal comune e dal quartiere. Per questa iniziativa, in particolare abbiamo potuto contare sulla collaborazione di un gruppo molto nutrito di cittadini, che non hanno ancora aderito alla Banca del tempo e ora collaborano come esterni. All’inizio abbiamo avuto qualche problema nelle relazioni con il comune e con il quartiere, ma li abbiamo superati: è bastato capire che la burocrazia e la vita di tutti i giorni non “viaggiano sullo stesso binario”, ma hanno tempi e modi differenti. Alla fine, noi ci siamo adeguati ai tempi della burocrazia che, però, ha compreso quanto la gestione di una Banca del Tempo necessiti di un minimo di elasticità e di buona volontà: requisiti sui quali abbiamo convenuto. Dopo avere sistemato i problemi burocratici, prima a piccoli passi, poi “alla Grande” abbiamo avvicinato altre persone, cercando il loro consenso e adesione in vari modi, quali: - laboratori di formazione aperti al pubblico, con il tempo messa a disposizione dai nostri iscritti; laboratori di grafologia, di lingua inglese e di bricolage; - incontri per imparare la storia e a tenere una corretta postura della schiena; - feste di socializzazione organizzate con il pratico sistema della legaccia, abitudine dei nostri contadini di mangiare tutti insieme, portando ognuno qualche cosa; - serate in pizzeria; - incontri per conoscersi aperti a tutti, celebrati due volte al mese con le - torte preparate da Ivan Leurini; - lettura di favole, per i bimbi dai diciotto mesi ai nove anni, presso la ludoteca di Centrogiovani Quartiere Cinque; - visite guidate alla nostra città, ai luoghi della provincia, alle città d’arte ed alle mostre; - rapporto continuo con lo sportello donna e l’URP del comune, gli incontri con l’assessorato al decentramento. E’ francamente difficile dire se abbiano risposto meglio le donne, gli uomini, le ragazze, i ragazzi, le donne o gli uomini extracomunitari. Tra i soci della nostra banca la presenza maggioritaria è quella femminile, ma abbiamo il piacere di avere anche parecchi uomini, ragazze, ragazzi e pure donne e uomini che vengono da lontano. Sono rimaste con noi sia le persone motivate, sia coloro che si sono avvicinate in cerca di aiuto: per organizzare meglio la vita di tutti i giorni, per risolvere piccoli problemi, per avere amicizia e arricchire le proprie relazioni personali. Abbiamo avvicinato e conquistato le persone con l’entusiasmo e la voglia di fare che si traducevano in realtà; ciascuno ha capito di essere importante ed ha avuto l’opportunità di proporre, partecipare, contare…si è cercato di non emarginare nessuno e di considerare le offerte di tutti come una grande risorsa. C’è voluta pazienza, fiducia e disponibilità all’attesa: attesa che negli altri, compatibilmente con i loro tempi di vita, scattasse la voglia di fare. Abbiamo cercato di chiarire i malintesi, quando ci sono stati. E, a distanza di tempo, possiamo dire che, nel nostro piccolo, di strada ne abbiamo fatta parecchia.Dicevo che, all’inizio, eravamo in undici, ma, già alla fine del 1997, eravamo in quaranta, dopo tre anni avevano superato i cinquanta; ora siamo circa centoventi. Dico circa, perché la nostra banca ha capito che le persone che si rivolgono alla banca hanno bisogno di un po’ di tempo – abbiamo previsto due mesi - per capire se la banca piace e per comprendere i suoi Meccanismi e come funziona. Del resto, anche la banca ha bisogno di verificare se le nuove persone sono compatibili. Nel 1999 siamo diventati associazione. Lo abbiano deciso per agire in modo più corretto legalmente, ma per avere una maggiore caratterizzazione autonoma. Il nostro nome è “Gli amici del tempo” e l’abbiamo scelto perché siamo convinti sia dell’importanza delle relazioni amicali che della necessità di vivere insieme un tempo amico, di vita e di gioia, di sorriso e di divertimento, di supporto agli altri e di solidarietà. Quanto ciò sia importante ce lo ha confermato anche l’esperienza di questi anni. L’affluenza maggiore si è registrata durante le feste e le iniziative, nel corso delle quali abbiamo applicato tutta una serie di regole non scritte quali: il rispetto degli altri, la condivisione e la socializzazione del cibo e del lavoro. Notevole è stata anche la partecipazione ai viaggi, ai corsi di formazione e agli incontri culturali, in particolare in quelli dedicati alla riscoperta della nostra città. Abbiamo anche predisposto piccole pubblicazioni ma, eccettuato il libro con la fiaba scritta dalla nostra Cristina Muccioli e illustrato da Daniela Pagliarani (bella forma di collaborazione per la nostra banca!), la distribuzione degli altri materiali ci ha fatto comprendere come il rapporto umano sia assai più importante e remunerativo. Fin da 1997 le molte richieste telefoniche e i numerosi incontri diretti hanno evidenziato che una sola banca sul territorio comunale di Rimini non bastava. Del resto, non avevamo mai avuto la presunzione di soddisfare i bisogni della popolazione di una città che, in inverno, conta 130.000 abitanti e, in estate, arriva a circa 700.000. Contemporaneamente, l’Assessore alle Pari Opportunità ci ha proposto di estendere l’esperienza anche ad altri quartieri e ad altri luoghi, come le scuole, offrendo la propria disponibilità a sostenerle. E così sono nate: la banca del Quartiere Due e la banca Interetnica all’interno di un progetto di E.C.I.P.A.R. E’ prossima l’apertura della banca del Quartiere Uno (il secondo incontro con il gruppo promotore sarà venerdì 7 dicembre) e c’è altrettanto ha intenzione di fare il Quartiere Quattro. Allo stesso scopo ci ha contattato il Quartiere Sei, mentre, entro il 2002, dovrebbe avviarsi la banca in territorio di Riccione, prevista da un progetto finanziato con la Legge 14 e il contributo della Provincia di Rimini. La Provincia, in un convegno e alcuni momenti formativi, ha sollecitato la nascita di nuove banche nel suo territorio e, nella sua qualità di ente di programmazione, si è data un progetto di rete.La nostra banca, infine, ha stimolato l’apertura di una banca in Valconca. Essendo collegata ad un progetto a termine, essa ha avuto momenti difficili, ma ora si sta ricostituendo. Per merito di Antonella Sajeva (residente in Valconca, ma iscritta da noi) e grazie al sostegno di Luca Cerri, anch’esso iscritto da noi. Cerri è uno che ci crede, ma è anche assessore presso il Comune di San Clemente. Le banche esistenti hanno fatto alcune iniziative comuni e scambi sporadici fra loro, ma francamente siamo qui, noi come voi, per chiedere aiuto: sentiamo la necessità di un’integrazione del programma informatico in uso – quello di Tempomat – e che preveda la possibilità di registrare e mettere a sistema questi scambi. Come in tutte le cose della vita, in questi anni ci sono stati successi e difficoltà. Adele Grisendi mi ha invitato a fare il bilancio sia dei successi, che delle difficoltà. Non è molto facile, ma ci provo. Sicuramente, il maggior successo della Banca del Tempo del Quartiere Cinque è stato di essere riusciti a trasmettere ad altri la voglia di fare; a promuovere l’idea che è possibile vivere in una società fondata su principi diversi da quelli vincenti, quali: la solidarietà; il tempo della città considerato come risorsa da destinare ai cittadini e alla qualità della vita delle persone. Un ulteriore successo è stato di essere riusciti a comprenderci, pur nelle diversità di pensiero e di vedute; di aver saputo mediare fra le differenti opinioni, riuscendo ad andare, pur con tutti i nostri limiti, ben al di là dei personalismi. Mi spiego meglio: noi tutti ci consideriamo come una grande famiglia, con i suoi pregi e con i suoi difetti. Finora, siamo riusciti a crescere insieme, a condividere gli stessi progetti, a lavorare piacevolmente. Insomma: abbiamo la fortuna di volerci bene! Insieme anche tante cose, ma senza le caratteristiche appena elencate, sono certa che ne avremmo fatte molte di meno e con risultati molto modesti. Mi sento di dire che la Banca del Tempo ha fatto crescere la nostra autostima e la stima degli e negli altri e ci ha aiutato a sentirci meno soli. Un altro successo, dimostrato da anni di collaborazione e condivisione reale, è l’avere avuto, da sempre, ottime relazioni con l’Amministrazione comunale. La mia non è una sviolinata e neppure un gesto scontato: è davvero il risultato di una corrispondenza di amorosi sensi e di affinità elettive. La condivisione e la vicinanza sono tali, che, nonostante Rimini sia un comune dal territorio esteso, i nostri iscritti parlano dell’assessora Beltrami chiamandola l’Antonella, la nostra assessora! Non è poco, in tempi in cui altri comuni si permettono di chiudere le Banche del Tempo. Le difficoltà che abbiamo incontrato in questi anni sono state le stesse della vita di tutti i giorni: prima di tutte, la comunicazione fra le persone. In alcune occasioni, è occorsa una grande abilità e molta pazienza nel curare e recuperare i rapporti che hanno rischiato di deteriorare per qualche screzio. Ora sta andando tutto bene, anche se sappiamo che i momenti di crisi non mancano. Ad esempio, alla ripresa delle attività dopo la pausa, per ferie, nel mese di agosto. Altrettanto mette paura la scarsa partecipazione agli incontri quindicinali. Abbiamo compreso il da farsi in questi casi: lavorare di più per riprendere i contatti. Abbiamo anche scoperto che molto spesso, in certe occasioni molto specifiche, rivediamo inaspettatamente iscritti che non si facevano vedere da tempo, persino da un anno. Perciò va bene così: significa che le persone partecipano quando possono, quando ne hanno voglia e quando sono interessate. Restano ancora alcune questioni alle quali trovare una soluzione. La principale è come riuscire a far scambiare il tempo proprio a tutti i soci. Sarà questa la nostra nuova sfida. Per concludere, sulla base della nostra esperienza, vorrei fare a me stessa e a tutti noi alcune raccomandazioni da tenere presenti da parte di chi, come noi, voglia procedere alla filiazione di altre banche. Care amiche e cari amici è importante che cresca la nostra banca, ma altrettanto importante è aiutarne altre a nascere e crescere. Vi inviterei in tal caso a tener presente che: 1 - ogni banca è differente dalle altre, perché differenti sono le persone e gli ambienti 2 - non si può e non si deve assolutamente proporre un doppione di ciò che si è realizzato altrove 3 - è importante stabilire un rapporto con le amministrazioni locali 4 - il problema maggiore nelle banche è quello delle relazioni umane, della comunicazione, del conflitto 5 - i conflitti, quando nascono, si può cercare di prevenirli, ma non si possono evitare: pensare che ciò sia possibile, a mio modesto parere, è soltanto una forma di ipocrisia. Lasciatemi dire, infine, che vivere una Banca del Tempo è un’esperienza avvincente, che richiede di pazienza, disponibilità e lavoro continui; ma ne vale la pena. In essa, oltre a ricevere una serie di aiuti che ci migliorano la vita, riusciremo a trovare amicizia per la vita. “Un coordinamento autogestito di banche tra successi e difficoltà” Rossella Santocchi (Coordinatrice dell ’Officina del tempo, punto di incontro delle Banche del Tempo bergamasche) L’incontro tra le banche del tempo bergamasche ha inizio nel 1997. Nella primavera ci sono incontri tra la Cgil, le donne del progetto”i tempi e la città” e la Banca del Tempo di Bergamo centro. In seguito a questi contatti, nel mese di dicembre dello stesso anno, si decide di aprire uno sportello per le banche che desiderano incontrarsi e per i cittadini che cercano informazioni. Inizialmente, lo sportello è attivo una volta la settimana. In questo modo si cerca di favorire la relazione tra le varie banche della provincia per conoscersi, darsi sostegno e realizzare iniziative di reciproca utilità. Inoltre, si spera di riuscire a promuovere nuove banche del tempo. La partecipazione delle banche agli incontri è stata graduale. Inizialmente, c’è stata diffidenza da parte di chi temeva la possibile strumentalizzazione da parte della Cgil che ci aveva dato la sede, una linea telefonica, l’uso della fotocopie e il rimborso spese. Ad un certo punto, si è reso necessario anche cambiare nome al coordinamento affinché non ci fossero dubbi sull’autonomia che le banche avevano nell’incontrarsi e nel prendere le loro decisioni. Per non creare discriminazioni, nei primi tempi non si è chiesta l’adesione formale al coordinamento nella convinzione che le banche sarebbero arrivate spinte dall’interesse a partecipare a iniziative di reciproco arricchimento. Inoltre, sempre nella fase d’avvio, lo spirito che ci ha mosso è stato di presentarci come una risorsa per la vita delle banche e, in nessun caso, come un “peso”. Soltanto da poco abbiamo chiesto alle banche i nomi dei loro referenti, formalizzando così una vera e propria adesione. Delle undici banche presenti in provincia, hanno aderito in nove. Le due rimanenti, però, vengono sempre informate delle iniziative e, qualche volta, vi partecipano. Le banche che aderiscono immediatamente sono quelle che il coordinamento ha aiutato a nascere. All’inizio, esistevano le B.T. di Lallio, di Clusone, di Ponte San Pietro, di Treviglio e, in città, si trovavano a Campagnola e Bergamo centro. Mentre, abbiamo aiutato a far nascere le banche di Malpensata, di Longuelo, di Seriate, di Pedrengo, di Treviolo e di Mozzo. Purtroppo alcune hanno cessato l’attività, mentre ce sono altre in formazione. La Regione Lombardia con la Legge 23/1999 ha incentivato la fondazione di banche del tempo e si stanno formando quelle di Urgnano, di Romano di Lombardia, di Valgandino e di Almè. A rivolgersi al coordinamento per organizzare incontri pubblici nei quali parlare di banche del tempo sono stati singoli cittadini e anche Amministrazioni Comunali, come quelle di Seriate, di Mozzo, di Pedrengo e di Urgnano. Siamo andati a incontri anche a Filago, Romano di Lombardia, Valgandino, Alzano. Nei Comuni di Seriate e Mozzo c’erano anche i rappresentanti di cinque banche (Bg Centro, Ponte San Pietro, Malpensata, Campagnola e Lallio) che hanno raccontato chi erano e cosa facevano. Con lo spirito di mettere a disposizione di altri la propria esperienza e di trasmettere fiducia, dare concretamente aiuto per risolvere i dubbi iniziali di chi vuole formare una banca.Organizzazione La gestione organizzativa del coordinamento è stata affidata a pochi soci appartenenti a banche diverse. Chi vi parla ha fatto il coordinatore per quattro anni e ha dato le dimissioni proprio questo mese. Hanno lavorato con me in modo continuativo Franca e Marina della B.T. di Malpensata, Liliana della B.T. di Treviolo e Carlo della B.T. di Seriate. Nel primo periodo,l’incontro tra le banche avveniva ogni primo giovedì del mese; negli ultimi anni, invece, è stato attivato lo sportello informativo aperto il secondo giovedì del mese e il lavoro pratico-organizzativo si svolgeva durante le ore di apertura. Questa attività è stata sospesa dal settembre scorso, anche per i problemi creati dal cambio di sede. All’inizio per l’informazione tra le banche si utilizzavano il telefono e il fax; negli ultimi tempi l’e-mail. Nei primi due anni, chi ha lavorato e collaborato alla realizzazione delle iniziative tra banche lo ha fatto gratuitamente. E’ stato a partire dal convegno del 1999 che si è iniziato a riconoscere il tempo di chi gestisce il coordinamento. Si è utilizzato un sistema un po’ particolare. L’Officina del tempo dispone di un libretto d’assegni con i quali “paga” i soci che collaborano alle sue iniziative: in uscita sono segnate le ore e, in entrata, soltanto l’energia e l’impegno dei soci delle varie banche. Non c’è un bilancio Dare e Avere. Nell’assemblea annuale nel novembre 2000, a seguito di un lungo e vivace dibattito, è stato approvato il regolamento dell’Officina del Tempo: regolamento elaborato dalla banca di Conca Fiorita con l’aiuto di quelle di Treviglio e di Seriate. Esso prevede che l’Officina debba avere un proprio bilancio tempo in Dare e Avere. Tale modifica non è applicata a causa della mancata definizione della necessaria nuova procedura. Il cambiamento proposto è stato penalizzato, probabilmente, anche per la mancata individuazione di un responsabile di riferimento. Il coordinamento è servito, oltre che per formare nuove banche anche per lo scambio idee, per avere un confronto e darsi sostegno tra banche del tempo. Tutto ciò continua a realizzarsi in un incontro mensile, che si cerca di fare il più possibile nelle sedi delle singole banche. In questo modo si riesce a coinvolgere anche i soci che non si spostano e a capire meglio le varie realtà. Finanziamenti Il finanziamento più consistente ci è venuto, fin dall’inizio, dalla Cgil locale che, oltre alla sede, al telefono e al fax, di cui ancora usufruiamo, ci mette a disposizione anche dei rimborsi spese. Vengono rimborsati i biglietti di viaggio per la partecipazione a incontri fuori sede. Ad esempio, il treno per andare a Bologna ai corsi di formazione, a Firenze per la conferenza nazionale e l’aereo per intervenire al convegno nazionale di Roma. Viene finanziato anche il giornalino delle banche del tempo. Per i primi due numeri ci siamo avvalsi della collaborazione grafica di un professionista, mentre la grafica del terzo numero è stata curata da Federica, una socia di Bergamo Centro che per l’occasione ha avuto riconosciuto il tempo impiegato: 20 ore. L’ultimo finanziamento percepito risale al 1999, per il Convegno organizzato a Bergamo. La spesa comprendeva: l’affitto della sala, il rimborso dei biglietti del treno per i relatori e le bibite. Al buffet del pomeriggio e alla cena hanno pensato i soci delle varie banche del tempo. Le spese per il convegno del 2000 e relative all’affitto del locale, sono state pagate dall’orefice e dal carrozziere del quartiere di Campagnola in cambio di pubblicità. Dentro ciascuna cartelletta, abbiamo messo dei depliant pubblicitari, simpaticamente preparati da due socie. In occasione di quest’ultimo convegno, abbiamo introdotto una nuova modalità per riconoscere il tempo ai soci delle varie banche che collaborano alla realizzazione dell’avvenimento. Abbiamo organizzato una lotteria con gli oggetti pervenuti dalle varie banche arrivano tanti oggetti. Il prezzo di acquisto dei biglietti è di “mezz’ora” e, in questo modo, siamo riuscite a creare un fondo speciale di tempo sul quale abbiamo emesso assegni creati per l’occasione e con il risultato di riconoscere a tutti il tempo dato. Il fascicolo “Sognando relazioni di qualità”, pubblicato a spese delle due autrici (chi vi parla e Livia), è stato venduto realizzando un piccolo utile. Livia ha dato un contributo alla sua banca; io mi sono dichiarata disponibile a metterlo a disposizione per le piccole spese del coordinamento. Un’altra iniziativa probabilmente porterà introiti per l’Officina del tempo. Federica di Bergamo Centro fa parte di una cooperativa che ha chiesto finanziamenti alla Regione Lombardia (Legge Lombardia n.23/1999) per fondare una nuova B.T. nella bergamasca e mi ha chiesto di firmare il progetto come responsabile esterno. Il progetto ha ottenuto il finanziamento ma non ci sono state ancora riunioni operative. Collaborerò a formare questa nuova banca e la Cooperativa mi riconoscerà un compenso per il mio lavoro. Ho già chiesto che, oltre al denaro, mi sia riconosciuto l’ammontare delle ore che avrò dato, ovviamente quando la B.T. si sarà consolidata. A me basta il “tempo in ore”; i soldi, una volta detratte le tasse, sono pronta a metterli a disposizione per una iniziativa proposta e promossa dalle banche del tempo bergamasche. Pongo soltanto una condizione: che il contributo venga esclusivamente utilizzato per manifestazioni che promuovano la cultura delle banche del tempo e sulle quali io concordi. Scambi tra banche Gli incontri, le feste, i dibattiti realizzati hanno fatto sì che i soci delle varie banche si conoscessero e così iniziassero anche scambi inter-bancari. Gli scambi sono serviti per massaggi di linfodrenaggio e di reflessologia, per lezioni di computer e di rilegatura libri. Un socio ha seguito nei compiti, per un periodo, il figlio di un’altra socia, mentre un signore, abile nel riparare le tapparelle, è arrivato da Presezzo fino a Bergamo. E sempre grazie agli scambi tra banche Monica e Luca hanno avuto un grande aiuto per il loro matrimonio. Gli scambi tra banche mettono in difficoltà i soci che curano l’amministrazione. Si trovano di fronte al dubbio: i debiti e i crediti devono considerarsi dei singoli soci o riguardano la banca e, pertanto, devono transitare dal Fondo ore? Inoltre, gli assegni non sono predisposti per questi scambi. Dovrebbero essere in quattro parti: la matrice, che resta a chi ha ricevuto la prestazione; la parte che resta come ricevuta a chi ha dato la prestazione e le altre due da consegnare a chi tiene l’amministrazione nelle due banche di appartenenza di chi ha scambiato. Fare attenzione a … Oltre a quanto detto finora, devo aggiungere alcuni consigli che spero possano essere utili alle banche che intendano creare un coordinamento simile al nostro. L’esperienza dell’Officina del tempo, indica che è opportuno: 1- Chiarire con le banche aderenti se si vuole fare un coordinamento o un punto di incontro. Noi siamo nati con la modalità del coordinamento e ci siamo trasformati in punto di incontro. Com’è un coordinamento ve l’ho descritto, ma per chiarire meglio le modalità del funzionamento di un punto di incontro lo chiederete, in qualche futura manifestazione, a chi prenderà il mio posto. Ho dato le dimissioni perché non sono stata capace di realizzare questa trasformazione. 2- Si può fare volontariato nella fase iniziale, un po’ come quando si costituisce una banca, ma, da un certo punto in avanti, il tempo dato dalle persone che lavorano al coordinamento lo si deve riconoscere. Noi, nel 1999, abbiamo inventato un sistema fantasioso. Le persone che hanno lavorato se ne sono andate via contente con assegni di tempo da spendere nelle proprie banche. Certo, in questo modo, i conti non vanno più in pareggio. Pertanto: perché non inventare metodi nuovi, se non si vuole che, nel coordinamento come nelle banche, la gestione amministrativa assomigli a una gestione ragionieristica? Direi che non ha senso introdurre nelle nostre banche, e nei coordinamenti, le stesse dinamiche che si hanno con i soldi. Del tipo: non si può fare perché non posso riconoscerti il tempo, le banche non possono pagare e bisognare fare dei tagli al bilancio. Conviene, infine, valutare anche se ha senso riferirci al tempo con la stessa ottica tiranna che si ha nel mondo del lavoro. Quella che fa dire: “queste ore per quel lavoro sono troppe!!”. 3- I coordinamenti o i punti di incontro sono un lusso e, pertanto, bisogna capire se le banche possono permetterseli. Prima devono venire le singole banche del tempo, poi, se al loro interno ci sono le forze per delegare qualcuno nel coordinamento, allora va benissimo. Non si deve mai togliere, però, forze importanti alle vostre banche! La coordinatrice di Bergamo centro all’inizio lavorava con me al coordinamento, poi abbiamo deciso che lei doveva occuparsi della banca di Bergamo Centro e io del coordinamento. 4- Non so fino a che punto sia positivo che, quando non funzionano, le banche del tempo possano trovare in un coordinamento un senso al proprio vivere, e un protagonismo che altrimenti non avrebbero. 5- Per trovare consenso tra le banche del tempo, è indispensabile che il nucleo promotore del coordinamento sia credibile, sia affidabile. E’ meglio lasciar perdere se non si è capaci di valutare se quello che ci si propone è realizzabile ed è di comune utilità. Inoltre, per proporre, bisogna essere disponibili a mettersi personalmente in gioco. Purtroppo, sono ancora di moda le persone che propongono idee affascinanti e pensano che, poi, dovranno essere altri a realizzarle. 6- Per ultimo, a costo di sembrare banale, vorrei ricordare che per creare un coordinamento e farlo funzionare ci vuole tempo! E per concludere…. Dal 1998 ad oggi abbiamo fatto molte iniziative. Le trovate elencate nella relazione in cartella, ma io voglio ricordare l’ultima in ordine di tempo, cioè il matrimonio di Monica e Luce del 13 ottobre scorso, al quale hanno collaborato i soci di ben otto banche bergamasche. Le persone invitate era circa centotrenta. La sposa è socia della B.T. Bergamo Centro, Longuelo e Ponte San Pietro e ha chiesto all’Officina del tempo se, oltre a queste banche, anche le altre banche del coordinamento potevano aiutarla per il matrimonio. Gli sposi sono intervenuti ad un incontro con le banche disponibili per rassicurarle sulla restituzione del tempo che sarebbe stato dato loro. E hanno spiegato le prestazioni che avrebbero dato in cambio degli aiuti ricevuti. Subito dopo sono iniziate le varie attività. Anche queste sono elencate nella relazione in cartella, semmai a qualcuno accadesse di fare un’esperienza analoga potete prendere spunto dalla nostra! Lasciatemi, però, fare una riflessione finale che attiene al come si sta in una banca del tempo. A chi ha collaborato è stata subito evidente la generosità delle socie delle varie banche. Tutte insieme sono riuscite a dare un grosso contributo organizzativo al matrimonio. Ma, se la generosità è stata subito visibile, non altrettanto è accaduto per un altro dato fondamentale: la grande, grandissima capacità degli sposi, e di Monica in particolare, di mettersi in gioco con i propri bisogni e di CHIEDERE. E’ stata questa capacità a rendere possibile la grande manifestazione di energie, di risorse e di affetto che le banche del tempo bergamasche hanno dimostrato. no dimostrato. “FACILE, eppur difficile. Le Banche del Tempo italiane tra successi e difficoltà” Adele Grisendi (Direttore Tempomat/Osservatorio nazionale Banche del Tempo - Roma) Con molte e molti di voi ci conosciamo, ormai, da anni. Con altre e altri, invece, ci siamo incontrati oggi, per la prima volta, magari dopo avere comunicato tramite telefono o lettera postale o e.mail. Ci siamo già salutati nel corso della mattinata, ma lasciatevi dare di nuovo il benvenuto a questo pomeriggio di lavoro che è un po’ un ritorno alle origini. A quando, dopo il successo della prima conferenza del Centro, tenutasi a Bologna, nel palazzo della Regione, il 25 maggio 1995, abbiamo preso l’abitudine di vederci periodicamente, sempre a Bologna, ma ospiti della Cgil, per affrontare i problemi legati a cos’è, come si organizza, come funziona, come si gestisce e come si promuove una Banca del Tempo. Con l’aiuto generoso ed intelligente della banca di Sant’Arcangelo, di Grazia Colombo, di Rosa Amorevole e dei primi gruppi promotori di B.T, nel corso di due anni e con la presenza media di centocinquanta persone, in incontri a cadenza semestrale, abbiamo definito insieme le caratteristiche di queste nuove associazioni e deciso di far nascere Tempomat con le funzioni di centro servizi per la informazione e la promozione delle B.T. in Italia. E’ stato con questa modalità, anch’essa innovativa come sono innovative le Banche del Tempo italiane nel panorama dell’associazionismo nazionale, che abbiamo democraticamente e collettivamente creato, banca dopo banca, quella che è ormai la terza rete italiana di cittadinanza attiva e solidale che si è affiancata al volontariato e all’associazionismo tradizionale. In questo percorso, Tempomat è nato e, assumendo via via il carattere sempre più marcato di centro servizi, ha cercato di servire le banche e i gruppi promotori o anche soltanto le persone o le istituzioni o i soggetti curiosi di saperne di più. Io e Fiorella, in tutti questi anni abbiamo fatto del nostro meglio; ma, volendo, come voglio, riflettere sui limiti di Tempomat, devo dire che un cruccio ce l’ho e grande: di non avere assunto in prima persona l’onere della formazione dei gruppi di coordinamento delle banche. Dopo la prima esperienza affidata a Rosa, infatti, non c’è stato seguito e anche a questo vanno imputate, in buona parte, le difficoltà operative, organizzative e gestionali che un terzo di voi ha segnalato nella rilevazione svolta all’inizio d’anno in preparazione di questa quinta conferenza. Lo dico, perché oggi è tempo di bilanci e di riflessioni anche per l’osservatorio. E’ questo il senso della conferenza, ma soprattutto di questo seminario che si svolge a cinque anni esatti dall’inizio della diffusione massiccia delle Banche del Tempo in Italia. Fu, infatti, nel novembre del 1996, dopo un semestre di incubazione in molte città italiane, che Tempomat censì le prime 55 banche e si poté iniziare a parlare di un fenomeno nascente. Il titolo scelto - FACILE, eppur difficile – sta a sottolineare quanto sia facile, o almeno relativamente facile, ideare e fondare una Banca del Tempo; ma quanto sia difficile, o se volete, complicato, riuscire a farla vivere quotidianamente. Nel senso di farla diventare una comunità nella quale si trova soddisfazione dei propri bisogni, ma anche solidarietà, amicizia, compagnia. Una comunità che cresce, sia per quanto concerne il volume degli scambi, nei quali riesce a coinvolgere gradualmente tutti i soci; sia per quanto riguarda il numero dei suoi aderenti e le sue iniziative sociali. Insomma: una comunità che non si chiude nella dimensione della famiglia larga o della rete amicale, ma cerca di continuo nuove adesioni e si collega alle altre banche presenti nel suo territorio. E, naturalmente, riesce a produrre un effetto moltiplicatore o a figliare lei stessa nuove associazioni. In forme e modalità simili a quelle che ci hanno raccontato, questa mattina, Leonina e Rossella. La mia introduzione tralascerà di elencare i successi di questi cinque anni e anche in cosa consista la relativa semplicità della fondazione di una Banca del Tempo. Raccomando di istituire sempre l’associazione, dopo l’opportuno periodo (comunque non superiore a un anno) di sperimentazione. A proposito di successi, mi limito a ricordare quello che li riassume tutti e del quale tutti, ma soprattutto tutte noi siamo state protagoniste: l’avere dato vita e consolidato dal nulla, in una manciata di anni, la terza rete italiana di associazionismo solidale. Costituita, appunto, dalle circa trecento Banche del Tempo esistenti, per un totale di quasi trecentoquaranta sportelli. Con un numero di persone coinvolte tra le venti e le venticinque mila. In questo seminario interessa mettere a fuoco le difficoltà, i problemi. Per evitare di “andare a naso”, tra la fine del 2000 e l’inizio del corrente anno, Tempomat ha inviato a tutte le banche di cui era a conoscenza una scheda di rilevazione di tali difficoltà. Ne sono tornate compilate 108, oltre un terzo del totale e, pertanto, un campione statisticamente molto significativo. Insieme alla comunicazione del rinvio di questa conferenza causa elezioni, avete ricevuto una sollecitazione a far pervenire a Tempomat le vostre idee sul come si potrebbero risolvere le difficoltà dichiarate. Le risposte pervenute sono state quattro, pertanto mi scuserete se esporrò il risultato delle mie personali riflessioni, derivate dalla lettura attenta delle 108 schede e dalle molte chiacchierate telefoniche intercorse con parecchie banche nel corso di questi ultimi due anni e dall’esperienza che, anch’io come voi, ho maturato sul campo. Per affrontare il “CAPITOLO DIFFICOLTA’ “ con intenti, almeno sperimentalmente, risolutivi, si deve partire dalla classificazione delle banche esistenti secondo le seguenti tipologie: a) piccolo gruppo che vorrebbe, ma non riesce a trasformarsi da crisalide in farfalla (per mancanza di sostegno o di adesioni o per incapacità organizzative) e continua a barcamenarsi tra entusiasmo e frustrazione; b) gruppo piccolo o medio – lo definirei del tipo famiglia larga o piccolo vicinato o rete amicale – che ha scelto di rimanere crisalide. Nel senso che si rifiuta di cercare nuovi soci per il timore di mettere a rischio il suo stato di grazia, il suo benessere, parola che trovate nella relazione di Fabio Salviato; c) gruppo più o meno consistente con l’abitudine allo scambio riservata a pochi, con organizzazione complicata e poche persone disponibili alla gestione; d) gruppo più o meno consistente con un buon livello di scambi e di iniziative e un rapporto soddisfacente oppure insoddisfacente con l’ente o il soggetto che lo sostiene. Le difficoltà, ripercorrendo i titoli contenuti nella scheda di rilevazione, sono catalogabili nei seguenti gruppi: Difficoltà OPERATIVE (coordinamento, organizzazione della B.T., attribuzione compiti…) Le principali difficoltà dichiarate sono le seguenti: a) scarsità di persone per il coordinamento. Molto spesso si delega a una persona o a un gruppo troppo ristretto. Con il risultato che una persona sola a coordinare crea notevoli difficoltà operative (v. Milano c/o Ass.ne La famiglia e c/o Anve); mentre, dove ci sono più persone a coordinare, emerge l’inadeguatezza del modello organizzativo. Se il coordinamento è affidato a più persone, spesso, accade che ognuna faccia la sua parte e tutti insieme non si ritrovano mai: l’effetto negativo è che non mettono in comune i risultati e ne nasce disorganizzazione (v. Milano Città studi). Anche il coordinamento a rotazione crea problemi (v. Preganziol); b) scarsità di tempo reso disponibile (v. Chieri). A volte (v. Prestitempo di Biella), si riesce a malapena a tenere aperto lo sportello. Invece, all’inizio, c’era entusiasmo e molta disponibilità di tempo da parte di un buon numero di soci. Il tempo del coordinatore spesso non viene restituito e si finisce per fare del volontariato (v. Sala Baganza); c) demotivazione. E’ dovuta a scarsa partecipazione e poca reciprocità dei soci negli scambi (vedi Almaterra di Torino); d) Scarsità di entusiasmo. Quando uno o due dei soliti trascinatori sono assenti, la banca si siede (v. Ovada). Difficoltà GESTIONALI (tenuta estratti conto, contabilità ore in genere, apertura sportello) Vengono dichiarati problemi derivanti da: a) incapacità e inesperienze gestionali (v. Milano-Arcobaleno); b) il software è un po’ troppo rigido nella catalogazione delle prestazioni offerte e richieste e, a volte, non si sa come fare a registrarle tutte; c) poco tempo a disposizione e, quindi, come afferma Bergamo Conca Fiorita, chi ha incarichi operativi e di gestione non riesce a pareggiare il tempo impiegato; comunque mancano sempre ore per fare tutto quanto è necessario. A questo proposito, molte banche ritengono doverosa la compartecipazione equilibrata di tutti i soci nel senso che tutti siano chiamati a pagare la loro quota di ore a favore di chi coordina; d) troppo onerosa la restituzione al Comune del sostegno ricevuto costa troppo. Tanto che Piossasco arriva a dichiarare che quasi tutto il tempo depositato è assorbito dal Comune e dalla Pro Loco. Difficoltà di SOCIALIZZAZIONE Parecchie banche segnalano: a) difficoltà a scambiare e principalmente a chiedere. E’ il problema di quasi tutte! In molte banche gli scambi avvengono in forma collettiva con la partecipazione alle iniziative sociali che è alta, mentre gli scambi individuali sono scarsi; b) i soci attendono di essere chiamati e mancano di iniziativa (v. Milano Rogoredo); c) molti vanno alla banca quando c’è lo sportello aperto, per fare due chiacchiere, senza collaborare. E con il risultato di far perdere tempo; d) difficoltà nel reclutare nuovi soci; e) pesano l’età e gli impegni degli aderenti. Ad esempio, chi lavora scambia, ma non partecipa alle iniziative o alle assemblee per scarsità di tempo; f) pesa il fatto che non si vuol dare una immagine negativa di sé. Ad esempio, dimostrando un bisogno, come dicono Vicenza-Quartiere 6 e molte altre; g) si continua considerare la banca come volontariato; h) le attese e disponibilità nei confronti della banca sono differenziate a seconda dei soci e diventa difficile trovare un comune denominatore. Difficoltà PUBBLICITARIE A dire il vero, questo è il capitolo che fa registrare meno problemi. Quelli indicati derivano da: a) la banca è povera di idee e di professionalità in materia di comunicazione e pubblicità; b) poco tempo a disposizione di chi coordina e gestisce; c) la pubblicità si fa all’inizio, poi si lascia perdere; d) pochi soldi e scarsa-difficile disponibilità degli strumenti per la stampa dei materiali; e) a volte si decide di non fare pubblicità alla banca per timore che arrivino troppi soci: la banca non riuscirebbe a reggerli! Difficoltà ECONOMICHE Su 108 banche che hanno risposto ai quesiti di Tempomat, circa la metà, cioè 48, dichiara di disporre della quota associativa annua a carico dei soci. Essa va da un minimo di L. 10.000 a un massimo di L. 50.000 per socio; tali cifre sono destinate in gran parte al pagamento dell’assicurazione. La maggior parte delle banche dichiara di ricevere piccoli aiuti economici: a) dal proprio comune (in forme e quantità differenziate e quasi sempre discontinue; di solito all’apertura, poi più; b) in alcuni casi dalla propria Provincia e dalla propria Regione (v. Emilia Romagna). Di particolare rilievo è senza dubbio il caso della provincia di Torino che sollecita l’aiuto dei Comuni, in proprio provvede alla stampa di manifesti e depliant, organizza incontri e convegni e premia, con piccoli finanziamenti, progetti solidali presentati dalle banche. Infine, molte banche ricorrono all’autofinanziamento straordinario da parte dei soci per particolari iniziative o necessità; organizzano feste, pesche e mercatini e ricercano sponsorizzazioni. Da una banca, un’assicurazione, un centro commerciale, un supermercato, una tipografia, un sindacato…. Di solito, ricevono poco, ma di solito basta perché le esigenze sono limitate. Tutte le banche vedrebbero di buon occhio poter contare su una disponibilità economica; non importa se esigua, purché sia certa. E’ indicata, mediamente in i 2-3 milioni su base annua, da parte delle banche più piccole e in 5-6 milioni da quelle medio grandi. Fanno eccezione Arese e Castelfranco Veneto che dicono 10 milioni; Milano c/o Anve che dice 15 milioni; GenovaGiratempo che dice 20 milioni e Roma c/o XVIII° circoscrizione che di milioni ne vorrebbe 80. A proposito della risposta di Roma, va detto che essa risente della particolarità dell’associazione romana che ha potuto contare, fin dalla nascita, su un sostegno molto più alto che altrove da parte del Comune e, in alcune circoscrizioni, anche della Cgil. Infatti, oltre alla sede, al computer e vari servizi (es. stampa materiali operativi e pubblicitari), la banca c/o la XVIII° e banche riceve 20 milioni più 5 per il rimborso spese all’operatore. Ogni sportello romano, infatti, utilizza operatori per 3 ore al giorno. Particolare è anche la situazione di Volterra, dove il comune ha istituito il servizio banca del tempo (proprio quello che abbiamo sempre affermato che non debba accadere!) e lo ha appaltato a una cooperativa sociale. L’operatore di Santo Stefano Magra dispone di una borsa lavoro. Diversamente dal Coordinamento delle banche bergamasche - l’Officina del Tempo con sede a Bergamo - che, come ha spiegato Rossella Santochi stamani, è stato finanziato dalla Cgil su proposta di una banca, il coordinamento di Milano deriva dalla disponibilità personale di un operatore dell’Auser ed è, pertanto, a totale carico dell’Auser. Tra le banche che hanno compilato la scheda, infine, soltanto Arezzo e Mi-Città studi riterrebbero opportuna la presenza di un operatore a pagamento per la gestione della banca. Soluzione che abbiamo rifiutato, poiché la Banca del Tempo non è un luogo dove si crea lavoro retribuito. Difficoltà da SCARSITA’ DI SERVIZI Il problema dei problemi è la sede con l’arredo minimo, con linea telefonica autonoma e la possibilità di accedere a un fax e di poter disporre di un computer. Quest’ultima è un’esigenza che si è molto accentuata nell’ultimo anno. Su 108 banche che hanno compilato la scheda, 62 sono in una sede comunale con linea telefonica e accesso al Fax e alla Fotocopiatrice; 11 sono presso associazioni con analoghi servizi; 3 sono presso l’abitazione di un socio o un locale di proprietà di un socio; 1 è presso una Cassa Rurale; 1 è presso una Parrocchia; 5 non hanno risposto; le rimanenti 22 non hanno sede e, pertanto, si arrabattano e, se continua così, finiranno con lo stancarsi! Agli amministratori locali che sono qui con noi voglio ricordare che l’art. 27 della Legge n. 53 del 2000 e, prima ancora, la legge 142 del 1990, sanciscono con precisione il loro ruolo nei confronti delle associazioni, pertanto, anche delle B.T.. E voglio ricordare che per le Banche del Tempo, molto più di quanto non accada alle associazioni in genere e al volontariato, avere certezza di una sede e delle attrezzature minime per poter operare è questione di vita o di morte! A Vercelli, nel lontano 1996, era attiva una banca con oltre 60 soci: dovette chiudere per mancanza di un luogo dove aprire lo sportello e incontrarsi! Di esempi analoghi, in questi cinque anni, ce ne sono alcune decine. Ed è un vero peccato che la voglia dei cittadini di autorganizzarsi e si scambiarsi solidarietà con modalità innovative venga castigata! Per non gravare sulla comunità, abbiamo pure inventato la restituzione in tempo dell’aiuto ricevuto. Vi sollecitiamo, quindi, a mettervi una mano sul cuore! Le possibili SOLUZIONI Anche a questo proposito, ritengo doverose tre riflessioni di premessa. Nessuna è una novità, avendole individuate fin dal primo incontro di lavoro del novembre 1995 come vere e proprie “tavole della legge” da osservare quando si crea una Banca del Tempo. La prima è che le banche devono avere dimensioni ridotte, coprire territori limitati. Per mantenere un livello operativo buono e non troppo gravoso, il numero dei soci non dovrebbero superare le 150, massimo 200 unità. Fin dallo statuto è consigliabile prevedere che, quando il numero dei soci si avvicina a tale limite, si proceda all’apertura di sportelli decentrati (da attivare uno per volta e progressivamente) ai quali assegnare gruppi già collaudati e autonomi e in grado di attrarre nuove adesioni. Si creerà, in tal modo, una rete di comunità solidali sparse sul territorio e tra loro collegate e collegabili con iniziative di carattere sociale. Vista dall’alto, un territorio abitato da tali comunità potrebbe apparire simile a una casina delle api, un’arnia piena non di miele, ma di solidarietà. La seconda è una premessa generale dalla quale fare discendere le soluzioni organizzative da adottare e consiste nel decidere di osservare un vero e proprio vincolo, cioè: eliminare tutte le procedure interne dalle quali può derivare uno spreco di tempo. Si aderisce ad una banca perché non si riesce a far quadrare il proprio bilancio tempo individuale o famigliare e, quindi, adottare un’organizzazione dispersiva è un controsenso. E’, pertanto, imperativo scegliere n modello operativo che elimini ogni traccia di incrostazione burocratica (magari importata da una qualche amministrazione pubblica), i doppioni, le azione o le procedure inutili per concentrarsi sulla soddisfazione dei bisogni, sul consolidamento della banca, sull’insediamento nella realtà locale e sull’allargamento della sua base associativa. Da ciò deriva la terza “legge” che consiste nel semplificare al massimo l’organizzazione e nella distribuzione dei compiti operativi su un numero non ristretto di soci. Un esempio tra tutti, per chiarire cosa intendo. Il ruolo di chi coordina, in una Banca del Tempo, non è di fare l’intermediario negli scambi. E’ fondamentale adottare, fin dall’inizio, il metodo della consegna a ciascun socio dell’elenco con riportati tutti gli aderenti, i loro recapiti, le loro disponibilità e le richieste di tempo. E’ un modello educativo vero e proprio, poiché favorisce l’abitudine alla comunicazione diretta tra soci e al reciproco pagamento tramite assegno. Un’abitudine determinante a fini di semplificazione e di riduzione del carico improprio di lavoro di chi coordina, ma anche che facilita la reciproca conoscenza e comunicazione tra gli aderenti. Ho ben presente che educarsi a un metodo siffatto può essere – e all’inizio lo è certamente – più dispendioso che procedere direttamente, da parte del coordinatore, all’intermediazione. Ma a lungo andare paga molto di più. Ne deriverà, insieme a alla conoscenza reciproca, l’aumento del volume degli scambi che tutte le banche dichiarano scarso. Vale davvero, a proposito delle banche, il famoso detto “da cosa nasce cosa”: Aggiungerei: “da amicizia nasce amicizia” e, soprattutto, si impara progressivamente a mettere da parte il pudore che blocca il chiedere! Ipotesi per risolvere i problemi OPERATIVI e GESTIONALI Consigli organizzativi: a) consegna a tutti i soci dell’elenco con offerte, richieste e recapiti; b) invio di bollettino periodico d’informazione a tutti i soci (es. ogni due/tre mesi); c) tenere un registro pubblico a disposizione di tutti e suddiviso per sezioni: i verbali delle assemblee; le iniziative; l’elenco dei soci con i recapiti e le eventuali variazioni di indirizzo e telefono; eventuali segnalazioni o proposte o suggerimenti dei singoli soci; d) predisposizione di moduli pre-stampati per le iniziative, moduli pre-stampati e indirizzario con tanto di etichette per le periodiche comunicazioni ai soci; uso massiccio delle possibilità offerte dalla tecnologia, adottando il software di gestione e inventando una vera e propria modulistica telematica, compresi gli assegni, da far viaggiare sulle ali delle e.mail; e) nel regolamento, prevedere la suddivisione delle varie attività affinché sia esplicito fin dall’inizio che saranno affidate, a più persone. Ovviamente sulla base della loro attitudine e scegliendo tra chi è più motivato e prevedendo avvicendamenti periodici. Di solito, la delega a una o due persone è un atto che nasce dalla volontà di far funzionare meglio la banca. Sarebbe sbagliata se derivasse dalla volontà di esercitare un atto proprietario da chi ha avuto per primo l’idea di fondare la banca. E’ fondamentale che, a parte le funzioni assegnate dallo statuto al presidente e al consiglio direttivo, si distribuiscano fra più persone almeno le responsabilità inerenti a: 1) coordinamento e colloqui per ammissione di nuovi soci; 2) gestione della contabilità tempo (manuale o informatica); 3) apertura sportello; 4) gestione dell’anagrafe dei soci; 5) organizzazione delle iniziative; 6) comunicazione interna; 7) comunicazione esterna; 8) tesoreria e tenuta della contabilità. E’ molto consigliabile che per ognuna di queste funzioni si possa disporre di due persone e si preveda la rotazione sui vari incarichi. Lo scopo è evidente: evitare che l’impegno gravi su un gruppo ristretto “sottoposto a rischio di stancarsi”; formare un nucleo in grado di darsi il cambio senza traumi; garantire continuità nel funzionamento della banca. f) convocazione di assemblee periodiche per esaminare il modello organizzativo e i miglioramenti da apportare, dandone poi comunicazione con lettera a tutti i soci. E ogni tanto, chiedere la collaborazione dei vari soci per piccoli aiuti operativi. Oltre, naturalmente, a fissare una quota mensile o annua di tempo, posta a carico di tutti gli iscritti e destinata a chi svolge ativi. Ci sarà di certo un po’ del tempo dei “gestori” che non verrà recuperato, ma si deve puntare al recupero della maggior parte di tale tempo. Anche questo è un modo per superare la naturale pigrizia, o meglio l’abitudine molto diffusa a delegare a qualcun altrove responsabilità, come ha fatto notare nella sua memoria scritta la banca del Quartiere Navile di Bologna. Trovare un numero consistente di persone disposte a dare tempo per queste attività, lo so bene, non è sempre facile. Magari accade, come dice il Prestitempo di Biella, che “è facile nella fase iniziale, quando c’è entusiasmo; poi ci si allontana e tutto rischia di gravare sulle poche unità che continuano a ‘tirare’ ”. Allora, consiglio vivamente al presidente della banca di monitorare periodicamente gli iscritti vecchi e nuovi, ma anche di andare alla ricerca di nuovi aderenti che abbiano caratteristiche utili in tal senso. In un paese, in un quartiere, in una città c’è sempre chi vorrebbe fare e non sa dove applicare la propria disponibilità. Possono essere colleghi di lavoro, casalinghe, giovani alla fine del servizio civile, operatori socio-sanitari in pensione, ex sindacalisti o giovani pensionati interessati all’impegno sociale. Cercate e di certo troverete. L’arrivo di forze nuove è, comunque e sempre, una risorsa. Ipotesi per risolvere i problemi di SOCIALIZZAZIONE Ai fini della socializzazione tra gli aderenti a una banca, è importante sia attivo un canale costante di informazione ai soci. Lo strumento può essere un bollettino, un registro pubblico da tenere nella sede a disposizione di tutti, lettere periodiche, assemblee periodiche. Molto importanti a fini di reciproca conoscenza e socializzazione sono le iniziative sociali, quali: le feste, le cene, i mercatini, le gare culinarie, l’organizzazione di eventi culturali (es. presentazione di libri con l’autore, cineforum, recita di poesie, lettura di racconti o di vita vissuta), la visita a mostre, musei, città e altro. A questo proposito, ricordo Alì Terme che, con la banca, ha ripristinato una vecchia festa patronale in disuso con tanto di frittelle e banchi in piazza. Consiglio, sempre per favorire la socializzazione e l’identità comunitaria, di assegnare ad ogni aderente l’impegno di portare almeno un nuovo socio nel corso dell’anno solare facendogli da tutor. Il tutor è una figura adottata dalla banca di Peschiera Borromeo e che funziona in questo modo: un socio che presenta una persona alla banca se ne prende cura fino a che il nuovo aderente non si sia inserito, aiutandolo a conoscere gli altri e ad entrare nel meccanismo degli scambi. E’ una figura molto utile anche per superare la naturale diffidenza tra persone che non si sono mai incontrate prima. Importante è anche conoscere i soci, cioè la composizione della loro famiglia, ma anche i loro interessi, gli hobby praticati o soltanto desiderati. Non per esercitare un’ingerenza nella loro privacy, ma per fare sentire la banca davvero casa loro e, in caso di bisogno, dare tempo anche a qualcuno della famiglia. Grazie all’anagrafe dei soci, si conosce la data di nascita di ciascuno e, allora, perché non organizzare feste di compleanno. Magari, ogni trimestre per coloro che compiono gli anni in quel periodo. Entrando in confidenza, sarà facile sapere quando cade il compleanno dei figli o degli anziani di casa e invitare anche loro alla festa. Potrebbe essere che si affida a soci che scambiano o chiedono poco, di preparare i doni oppure la festa vera e propria, oppure l’accompagnamento alla festa delle persone in difficoltà, eccetera.Infine, serve imparare come si fa animazione sociale e per questo ci vuole formazione. Con la banca di Rimini, in conclusione, vi farò una proposta che poi potreste riprodurre su base provinciale o regionale. Consigli per la COMUNICAZIONE ESTERNA La strategia comunicativa più valida è quella di sempre: a) pubblicità all’inizio. Meglio depliant, locandine, volantini da distribuire in più fasi; sono molto più efficaci dei convegni di presentazione o di inaugurazione. Poi, una volta che la banca sia partita, meglio privilegiare gli incontri e la comunicazione mirata su gruppi, aree territoriali, luoghi di incontro, categorie sociali; b) utilizzo delle bacheche pubbliche e degli strumenti pubblici di informazione esistenti (es. giornale e guida del comune, della Asl, della Provincia) e gestione di un piccolo spazio nelle sagre, fiere, mostre, feste del patrono; c) utilizzo dei luoghi privati e molto frequentati (negozi di telefonini, centri commerciali, parrucchiere, barbieri, lavanderie, librerie, edicole, cooperative sociali, centri sociali….); d) interventi in radio e tv locali; ricerca di spazio sugli strumenti locali di informazione (pagine locali di quotidiani, guide turistiche, calendari; oppure giornale della Parrocchia, dei sindacati). Naturalmente, è essenziale il sempre buono, anche se vecchio, metodo del passaparola o il tamtam. Aggiungerei: promuovete la banca nelle scuole, utilizzando la disponibilità anche di un/a solo/a insegnante. E cercate un rapporto con i sindacati territoriali e di luogo di lavoro. Contrariamente a quanto si dice in giro, la maggior parte di aderenti alle Banche del Tempo non sono le pensionate e i pensionati, bensì lavoratrici e lavoratori, dipendenti e autonomi, compresi molti liberi professionisti. Coloro ai quali il tempo a disposizione non basta mai. Pertanto, è importante arrivare fino a loro: negli uffici e nelle fabbriche, nei servizi e negli studi professionali. Il sindacato è senza dubbio un veicolo importante per la circolazione di materiale informativo e promozionale. Un ultimo consiglio: censite le persone sole e i nuclei famigliari arrivati nel vostro comune o nel vostro quartiere e mandate una lettera di benvenuto e di invito presso la banca con il telefono dello sportello o di un socio al quale rivolgersi. E, magari, allegate un assegno di un’ora in regalo, tanto per provare l’utilità della banca. Sono certa che vi ringrazieranno e aderiranno in tante/i con entusiasmo. Ipotesi per risolvere i problemi relativi ai SERVIZI e quelli ECONOMICI Per quanto riguarda il SOSTEGNO IN SERVIZI, si deve guardare in primo luogo al proprio Comune. Visto che ci si può appellare a ben due leggi che ne danno titolo: 1) la legge 142/1990-Capo VII “Partecipazione popolare” che fa carico agli Enti Locali di favorire e facilitare l’associazionismo e il volontariato mettendo a disposizione la sede con il minimo di attrezzature necessarie per garantirne l’operatività; 2) la legge 53/2000 all’art. 27 che, oltre a dare la definizione delle Banche del Tempo, attribuisce agli enti locali un ruolo promozionale e di sostegno concreto a loto favore. So bene che ci sono comuni che fanno orecchie da mercante e, magari, decidono di attivarne una in proprio, definendola erroneamente un nuovo servizio sociale (ma la banca non lo è!) e svalutando l’auto organizzazione di gruppi di cittadini. Oppure, nel caso queste associazioni diventino molto forti e vogliano dire la loro sulla scena della società civile a livello locale, può accadere che vengano messe con le spalle al muro per “non disturbare il manovratore eletto”. E’ per questo che abbiamo inventato le convenzioni tra banche e istituzioni locali. Esse regolano la restituzione del sostegno, ma, ispirate come sono al principio dell’autonomia collaborativa, rifiutano la proprietà comunale o di questa o quella maggioranza politica. Attenzione, nel fare le convenzioni per la restituzione in ore dei servizi ottenuti. Soltanto una quota del monte ore della banca può essere reso disponibile. Non può accadere come alla banca di Piossasco che dichiara “tutte le ore vanno al comune e alla Pro Loco”. Questo si configura come utilizzo a fini pubblici di un’associazione creata da privati per la soddisfazione dei loro bisogni! In conclusione: si deve insistere per il rispetto delle leggi nazionali, ma è consigliabile anche verificare tutte le altre possibilità di sostegno esistenti. Per quanto riguarda le NECESSITA’ ECONOMICHE, consiglio di introdurre la quota associativa e di presentarvi al Comune per “battere cassa” e di insistere fino a che non avrete avuto udienza. Contemporaneamente, consiglio anche di cercare sponsor nelle vostre realtà; se vi guardate intorno qualcosa troverete. Può essere uno studio professionale, una cassa rurale o una fondazione bancaria, un centro commerciale o una Coop, un sindacato o una tipografia, uno studio dentistico o un giornale, un’assicurazione oppure una libreria. E, poi, potete organizzare mercatini dell’usato, lotterie, laboratori o pesche di beneficenza decidendo l’apposito regolamento. Nel quale prevedere: le modalità di offerta di uno o più oggetti alla banca, il costo del biglietto, eccetera. Ciò che si vince è ovviamente un oggetto appartenuto a un altro socio. Se poi avete in mente un progetto di particolare rilievo sociale per il quale servirebbe un finanziamento un po’ consistente, provate ad avanzare la vostra proposta a Banca Popolare Etica. La BANCA POPOLARE ETICA Fabio Salviato è il presidente della Banca Popolare Etica. Non l’ho invitato perché Banca Etica è in grado di risolvere i problemi economici delle Banche del Tempo, ma perché sia chiaro cosa siano la finanza e la banca etica e con quali modalità anche le Banche del Tempo potrebbero entrare in una relazione reciprocamente proficua. Cito alcuni passi dell’introduzione di Fabio, scritta per “La finanza e la banca etica” ediz. Paoline/nov. 2001. «Non sarà chiaro cosa significa Finanza Etica se, prima di tutto, non è ben chiara la «missione» che vede coinvolto un movimento sempre più numeroso di persone che hanno deciso di «spendere» il proprio tempo, la propria vita per consentire di migliorare il «benessere» delle proprie comunità? ….. La felicità, la condivisione, la partecipazione. Questi sono sentimenti che appartengono alla nostra vita quotidiana e assumono «valori» altissimi, anche se non monetizzabili. «E allora qual è il ruolo della Finanza Etica e di una Banca Etica? E’ di valorizzare le reti sociali, gravemente compromesse da decenni di egoismo e profitto, è di mettere insieme il risparmio di una comunità per sostenere finanziamenti di attività sociali promossi da organismi Non-Profit presenti nelle comunità stessa, è disegnare un mondo capace di costruire una società civile produttrice di benessere, felicità e serenità. «Sarà possibile realizzare una rivoluzione culturale, partendo da un uso responsabile del denaro? Io sono convinto di sì: sarà un’impresa difficile, dura, ma, se non troveremo soluzioni efficaci, consegneremo alle prossime generazioni un mondo con gravissimi problemi sociali e ambientali». Il PROGRAMMA DEL 2002 Tempomat, con l’inizio del 2002, muterà progressivamente la sua operatività. Nel senso che ricorrerà maggiormente alla tecnologia – e quindi al sito Internet – per aumentare la mole di informazioni a favore delle banche e di tutti gli utenti che vi accederanno. Il primo atto sarà inserire tutti gli statuti associativi pervenuti dalle varie banche al fine di favorire la progettazione di nuove associazioni dove non sono ancora nate. Tempomat vi propone di dedicare le iniziative del 2002 alla formazione prevedendo due appuntamenti nazionali di due giorni ciascuno: il primo entro la prima decade di maggio (elezioni amministrative permettendo); il secondo entro la prima decade di novembre. Entrambi destinati a fornire elementi per il superamento delle difficoltà denunciate e che sono intralcio al buon funzionamento e al radicamento delle banche stesse nel loro territorio e, cioè: 1) seminario formativo sul modello gestionale e operativo; 2) seminario formativo su comunicazione e animazione sociale-intermediazione culturale per saper affrontare le difficoltà di socializzazione, spesso figlie della naturale diffidenza tra persone che si associano, ma non si sono mai incontrate prima. Con la banca di Santa Giustina di Rimini e con il Comune di Rimini – e auspico l’adesione della Regione Emilia Romagna – avremmo pensato di ritornare in questa città per tali due appuntamenti e di realizzarli utilizzando, come docenti, esperti che operano sul campo e docenti universitari. Alla conclusione del secondo seminario formativo, si potrà fare un bilancio delle due esperienze nazionali e delle molte che, mi auguro, ne deriveranno nelle varie banche o saranno realizzate anche per iniziativa autonoma. O, come io consiglio vivamente, in relazione con le altre banche della provincia, se il numero è consistente; oppure su base regionale. Se siete d’accordo, entro il primo trimestre 2002 vi perverrà una proposta con tanto di scheda di adesione. E se i risultati saranno positivi, Rimini potrebbe anche divenire il luogo di riferimento per la formazione. “Banca del Tempo e Banca Etica: la solidarietà obiettivo in comune” Fabio Salviato (Presidente Banca Popolare Etica - Padova) Il sistema economico del nostro pianeta misura lo sviluppo e il “benessere” delle nazioni, utilizzando un indicatore di riferimento: il P.I.L., Prodotto Interno Lordo. Paradossalmente, se dovessimo valutare i recenti fatti di Genova, utilizzando il parametro del P.I.L., arriveremmo a concludere che gli incidenti – che hanno causato danni materiali per circa cento miliardi – produrranno un incremento sensibile del P.I.L. della città; infatti bisognerà acquistare auto nuove, riparare le vetrine rotte, eccetera. Il “benessere” dei genovesi, quindi, è garantito? Francamente non lo so, ma ciò che risulta sempre più chiaro è che questo indicatore - il P.I.L., appunto – che condiziona ogni giorno le scelte dei governi – soprattutto, quelli occidentali – non racconta la verità. Non funziona, contabilizza attività positive assieme ad attività negative, quali, ad esempio: il riciclaggio di denaro sporco, la droga, i traffici illeciti, la prostituzione, il traffico di organi umani o calamità naturali come le tempeste, i terremoti, gli incendi. Due economisti americani, Daly e Cobb, hanno elaborato nel 1994 un indice di instabilità economica, cioè un indice di sviluppo che prende in considerazione non soltanto elementi economico-finanziari di prodotti e servizi, anche l’incremento della qualità della vita derivante dall’occupazione, dall’inquinamento ambientale, dall’indice di natalità e di mortalità, dall’istruzione, dalla criminalità, eccetera. Hanno applicato tale indice di instabilità economica agli U.S.A. e hanno dimostrato che, a partire dal 1975, mentre la curva del P.I.L. continuava a crescere, la curva dell’indicatore di benessere sostenibile puntava decisamente verso il basso. Cosa significa tutto questo? Significa che questo tipo di sviluppo, basato riduttivamente sulla valutazione della crescita economica di merci e servizi, da una ventina d’anni a questa parte, ha cominciato a creare incrementi di miseria e di povertà crescente, al posto della ricchezza e del benessere sperato. Quasi tre miliardi di persone sopravvivono con meno di due dollari al giorno. Duecentocinquanta milioni di bambini lavorano spesso per sei giorni a settimana e per nove ore al giorno. In Europa vivono trentasette milioni di poveri – 8 milioni, in Italia – e i tre uomini più ricchi del mondo possiedono beni che superano la somma del P.I.L. dei quarantotto paesi meno sviluppati. Robert Repetto, un economista americano afferma: “Affidandosi al metodo di valutazione oggi in uso (P.I.L.) un paese potrebbe esaurire le proprie risorse minerarie, seria e concreta ai gravi problemi che affliggono il nostro pianeta. Inquinamento ambientale, fame, sete, democrazia partecipativa, sviluppo sociale, credito sociale. Quali possono essere le proposte concrete e le soluzioni per garantire alle future generazioni pari opportunità e un futuro di “benessere”? Sono questi gli interrogativi che il movimento della società civile si è posto da alcuni decenni e che intende continuare a porre ai governi. Questi avrebbero dovuto essere i temi all’ordine del giorno dei G8 a Genova; invece, il dialogo, ampiamente richiesto dalla organizzazioni della società civile non c’è stato. Si è trattato di un gravissimo errore, un brutto segnale che proviene dalle istituzioni, in evidenti difficoltà di strategie, di obiettivi e leadership.Albert Einstein affermava che “i problemi non possono essere risolti dallo stesso atteggiamento mentale che li ha creati” e, quindi, le richieste avanzate dalla società civili sembravano le più opportune. Il problema è, quindi, di stabilire le regole rispetto al processo di globalizzazione selvaggia in atto. I mezzi di comunicazione e di informazione hanno messo in evidenza solamente alcuni aspetti relativi alla dimensione del movimento, ma hanno perso una grande occasione e, cioè, di far capire all’opinione pubblica che le proposte del movimento sono concrete. Esse sono: Tobin tax, remissione del debito, no al lavoro minorile, si all’accordo di Kyoto, no ai prodotti transgenici, si al consumo critico e responsabile, si al risparmio etico e al Microcredito, si ai diritti umani, no allo scudo spaziale. Quali dono, dunque, le novità di questo grande movimento: 1 – Nel mondo si stanno ormai consolidando reti sociali, nel nord come nel sud del mondo ci sono organizzazioni che cercano di dare una risposta – in termini di prodotti, servizi, credito, partecipazione democratica – soprattutto a vantaggio di quei tre miliardi di persone che non hanno reddito e sono considerati “soggetti non bancabili” e che rappresentano, comunque, un mercato. Da una ventina d’anni, nel mondo, si sta praticando “quell’altro mondo possibile”. 2 – La seconda grande novità è che non ci troviamo solamente di fronte a un movimento “magmatico”, che discute, elabora e cresce; ma che è anche in grado di proporre strumenti concreti, quali il Commercio equo e solidale, il consumo critico, la finanza etica, le assicurazioni alternative, la cooperazione sociale, l’agricoltura biologica, eccetera. E’ un movimento di imprese, generalmente non profit, cresce in quanto a fatturato e occupazione e si rivolge a consumatori-risparmiatori, al ritmo del 30-40% annuo, in tutto il mondo. 3 – La terza grande novità è l’esplosione dei movimenti di consumo non monetario. In tutto il mondo, proprio per effetto della globalizzazione dei mercati monetari e della concentrazione degli scambi attorno a tre monete di riferimento – il dollaro, l’euro e lo yen – si stanno sviluppando forme di moneta parallela quali: i Troque (in America Latina, in particolare in Argentina, i Troque riescono a coordinare un giro d’affari che supera i duemila miliardi di lire; i Lets in Inghilterra, i Sel in Francia, le Banche del Tempo in Italia. Questi movimenti si stanno sviluppando a ritmi crescenti, assieme ad iniziative collaterali, come i Gas in Italia, i Gruppi di Acquisto Solidale. La Banca Etica, da tempo, si è posta quale interlocutore di questi nuovi mondi e di queste nuove esperienze e già sono attive alcune proposte concrete che, per il momento, riguardano l’area della “socializzazione” o non monetizzazione del tasso di interesse, ma che, in futuro, potrebbero riguardare anche altre interessanti proposte. Come opera Banca Etica Uno degli obiettivi di Banca Popolare Etica è il rafforzamento della rete presente nelle comunità locali. E’ per questo che, assieme ai “portatori di interesse locale” – enti, comuni, province, camere di commercio, diocesi, associazioni di categoria, comitati spontanei che si costituiscono per la realizzazione di un progetto – Banca Etica procede all’emissione di un Certificato di Deposito che ha il nome del progetto che s’intende sostenere. I portatori di interesse procedono alla sottoscrizione del Certificato, normalmente è a tasso zero, poiché il portatore di interesse è più interessato alla realizzazione del progetto che non a ricavarne un rendimento. Con il risparmio raccolto, attraverso i Certificati di Deposito dedicati, la banca effettua un finanziamento all’ente o all’organizzazione preposta alla realizzazione e alla gestione del bene o del progetto. Si innescano circuiti virtuosi nei quali il cittadino si vede coinvolto, attraverso la sottoscrizione, e soddisfatto, attraverso la realizzazione. L’interesse monetizzato, quindi, non diventa più un elemento centrale del rapporto finanziario; una parte di questo potrà venire monetizzata, mentre un’altra verrà socializzata a beneficio di tutta la collettività. Ipotizzando che il progetto sia la realizzazione di una pista ciclabile, che il proponente siano la Fondazione Humanitas di Belluno e la Fondazione La casa e che il finanziamento preveda la collaborazione con gli imprenditori di Padova. Banca Etica e Banche del Tempo 1 – La Banca Popolare Etica potrebbe emettere Certificati di Deposito oppure Obbligazioni che potrebbero avere come interesse un servizio o un sapere offerto da una Banca del tempo. Si tratta di studiarne le modalità, ma per quanto riguarda Banca Etica questo è possibile. 2 – La Banca Popolare Etica è disponibile a prendere in esame la possibilità di soddisfare le esigenze monetarie delle Banche del Tempo che decidono di aprire un Conto Corrente presso una sua sede. Area di sperimentazione di possibili iniziative comuni La conferenza di oggi potrebbe lanciare una proposta, cioè la costituzione di una commissione che possa studiare la possibilità di collaborazioni future. Tra queste: A – Sviluppo di una moneta elettronica comunitaria. In questo senso banca Etica è già in contatto con un gruppo di lavoro francese che fa riferimento ai Sel; B – Sviluppo di una moneta mondiale che abbia come riferimento il tempo. Dal punto di vista ideale, riconoscere lo stesso valore in termini di tempo per un’ora di lavoro di un contadino italiano e quella di un contadino messicano, sarebbe una novità assoluta. Molte altre collaborazioni sono, a mio avviso, possibili. Si tratta di studiarle e rifletterci sedendoci attorno a un tavolo. A maggior ragione visto che anche l’ex presidente della banca centrale di Francia inizia a porsi il problema di come studiare forme di integrazione tra economia monetaria ed economia non monetaria. E’ interessante sottolineare che, attraverso l’utilizzo consapevole della Banca Etica e delle Banche del Tempo, si potrebbero ottenere risultati a favore della comunità, come già sperimentato nel rapporto con altre organizzazioni sociali. Primo esempio: a Riace, in Calabria, Banca Etica è intervenuta con un finanziamento di settanta milioni a favore di un progetto che ha creato oltre ventinove posti di lavoro. Sottraendo, in tal modo, altrettanti giovani al destino dell’emigrazione verso il nord Italia o altri paesi europei. Secondo esempio: Banca Etica ha finanziato alcune organizzazioni della società civile impegnate per la salvaguardia e la tutela ambientale del parco naturale dell’Aspromonte, sempre in Calabria. In tal modo, ha permesso un risparmio dei cento miliardi (venticinque volte quanto “speso” da Banca Etica!) che la regione Calabria spendeva ogni anno per la tutela del territorio dell’Aspromonte dal pericolo di incendi. L’orologio del mondo così com’è non funziona e va cambiato al più presto. Il movimento è pronto a proporre nuovi strumenti ed elaborare nuove proposte. La speranza è che le istituzioni e i governi finalmente comprendano che in gioco il futuro della nostra specie sulla terra e che possiamo trovare soluzioni nuove. Sempre e soltanto se sapremo dialogare tutti insieme!
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www.tempomat.it
- Osservatorio Nazionale delle Banche del Tempo
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