Tempomat  
 Osservatorio Nazionale sulle Banche del Tempo


“ Le Banche del Tempo:
un’invenzione sociale che fa bene alle persone e alla città"

Genova, 3 Marzo 2000, Convegno “Scambio portavalore”
Relazione di Adele Grisendi

Tra 83 giorni, poco meno di tre mesi, il 25 maggio, compio il mio quinto anniversario con le Banche del Tempo. Era il marzo del 1995 quando lessi su un giornale nazionale un articolo che riguardava la nascita di una strana associazione in un paese della mia regione, l’Emilia Romagna. A Sant’Arcangelo di Romagna, città famosa per il teatro, scriveva ‘La Repubblica’ in pagina nazionale, le donne della Commissione Pari Opportunità comunale, guidate dalla loro Sindaco, avevano fondato una Banca del Tempo.

“Una Banca del Tempo. Cosa sarà mai?”, mi sono domandata. E subito ho cercato nella guidazzurra dei Comuni d’Italia il centralino del Comune e, poi, ho chiesto di parlare con la Sindaco. Cristina Garattoni è stata subito disponibile. E, all’altro capo del telefono, come altre volte mi è accadutoho conosciuto una donna con la quale mi sono sentita subito in sintonia anche se non ci eravamo mai incontrate.

“Abbiamo discusso a lungo in Commissione Pari Opportunità dei problemi di tempo che abbiamo noi donne” mi spiegò Cristina quando le domandai da dove venisse la loro idea. “Sempre strette tra la cura della famiglia, della casa, il lavoro e le nostre esigenze personali, la giornata di 24 ore non è sufficiente per tutto; ma se anche fosse di 36 ore, di tempo per noi e per il nostro piacere non ne resterebbe mai”.

“Sai che le parlamentari di sinistra sono riuscite a introdurre nella legge di riforma dei comuni del 1990 un articolo che affida al sindaco il potere di coordinare i tempi della città” proseguì la Sindaco ”e in alcune città, seguendo l’esempio della prima, Modena, che ha sperimentato politiche di riorganizzazione dei tempi cittadini, stanno lavorando alla definizione del Piano regolatore dei tempi?”.

“Come no” le risposi” insieme a un gruppo di ricercatrici, di docenti e di funzionarie comunali ho fondato Pianoforte, Associazione nazionale per la promozione di politiche temporali nelle città. Ne sono anche la Vice Presidente”.

“Ho sentito parlare di Sandra Bonfiglioli e del gruppo di ricercatrici della Società Le Nove di Modena, ma di te no. Mi fa molto piacere conoscerti, pure se al telefono” riprese Cristina “Ti dicevo che anche abbiamo esaminato la possibilità di lavorare al piano regolatore dei tempi di Sant’Arcangelo, poi ci siamo dette che sarebbe stato un po’ difficile da far comprendere. Soprattutto, noi volevamo fare qualcosa che servisse concretamente ad aiutare le donne a proposito delle prestazioni loro richieste tutti i giorni e senza rinviare a piani regolatori (non sempre suonano bene alle orecchie dei cittadini), a delibere o progetti istituzionali. Volevamo qualcosa che fosse pronto subito. E’ stato allora che una di noi del Comitato ricordò di avere letto di associazioni inglesi e canadesi, denominate Banche del Tempo, nelle quali le persone si aiutavano scambiandosi reciprocamente del tempo. Ci è sembrata un’idea straordinaria. Anche perché si collegava alle nostre tradizioni. Specie a una che nelle nostre comunità si sta perdendo: l’aiuto tra vicini di casa. Prima abbiamo cercato informazioni sulle esperienze del Nord Europa, poi, siccome non siamo riuscite a trovarne, abbiamo deciso di procedere per conto nostro. Per l’organizzazione della nostra banca abbiamo copiato il funzionamento delle banche vere; al posto dei soldi, però, noi avremmo messo in cassa delle ore”.

 “Ma cosa c’entra il Comune con un’associazione di questo tipo,” replicai a Cristina ”in fin dei conti, le persone si scambiano aiuti che non  rientrano nelle competenze istituzionali. Si parla tanto di riforma del Welfare State nel senso di alleggerirlo da servizi  impropri e nel senso di rendere più efficaci le prestazioni a favore delle fasce più deboli e tu ti impegni in una banca del tempo? Perché il comune dovrebbe usare risorse della collettività per sostenere gruppi di persone che si aiutano a montare le tende, oppure vanno a ritirare i panni in lavanderia al posto di qualcuno che troverebbe chiuso?”.

Cristina mi rispose che le risorse impegnate erano davvero ridicole: un milione per rimborsare le spese di un’assistente in sociale della Usl in pensione incaricata di tirare le fila dell’iniziativa nel primo periodo. “Un milione lordo per sei mesi. E per il resto” aggiunse “l’impegno del Comune prevede una linea telefonica gratuita; l’accesso alla fotocopiatrice passando per una nostra dipendente e una sede per aprire lo sportello e fare gli incontri tra soci. Nulla di più di quanto si fa con le associazioni di volontariato”.

“Lascia, però, che io risponda all’altra parte della tua domanda: che c’entra il Comune con questa associazione. Sappi” proseguì Cristina con il piglio di chi dà una lezione “che la nostra Banca del Tempo è una comunità solidale che si fonda sul principio della reciprocità alla pari. Siamo tutte uguali, indipendentemente dalla nostra condizione sociale: un’ora è sempre di sessanta minuti. Per chiunque. E’ un luogo di accoglienza per chi viene da altri paesi e non conosce nessuno, non ha famigliari ai quali rivolgersi per i piccoli aiuti dei quali ogni ora noi donne abbiamo bisogno. Ed è un posto anche per persone che vorrebbero andare a teatro, al cinema, all’opera o anche al mare, d’estate, e non hanno con chi accompagnarsi. Nella banca” mi spiegò la Sindaco” possono incontrare persone con i loro stessi interessi e andare insieme. Così come si può trovare chi va a ritirare un certificato per un altro, a cambiare l’olio alla macchina, accompagnare un famigliare a una visita, innaffiare i fiori di chi è in viaggio oppure aiutare un figlio nella preparazione di un compito o di una lezione impegnativa. Il Comune ha interesse a che si formino queste aggregazioni tra persone, perché ovunque si creano nuclei di comunità solidale ne deriva un beneficio alla vita dell’intera comunità locale. Cresce il benessere sociale quando i cittadini si aiutano tra di loro.” concluse Cristina Garattoni.

Le proposi quindi il mio ultimo interrogativo: “E’ un’associazione riservata soltanto alle donne?”.

“Inizialmente si” rispose di getto la mia interlocutrice ”Le donne hanno avuto l’idea e la banca è rivolta in primo luogo alle donne di Sant’Arcangelo, perché sono le donne ad avere più problemi nel fare quadrare il bilancio del loro tempo quotidiano. Una volta consolidata, però, questa associazione dovrà essere aperta anche agli uomini”.

“Qualcuno si è già fatto avanti?” la interruppi.  “Si, però non siamo riuscite neppure a iniziare a spiegare di cosa si tratti, perché la prima domanda è stata: quanto ci si guadagna? E, poi, c’è stato chi ha cominciato a mettere in discussione l’organizzazione della banca. Questo ci ha confermato nella scelta di consolidare la nostra invenzione per alcuni mesi, prima di aprire agli uomini e a chiunque vorrà aderire. Per non perderne il controllo e la maternità”, concluse Cristina.

La invitai a presentare la Banca del tempo nella Conferenza “Mettere il tempo in banca” organizzata dal Cittadino ritrovato. A discuterne chiamai Maria Morelli, consigliera regionale dell’Emilia Romagna firmataria della proposta di legge regionale sui “Tempi e Orari della città”; Sandra Bonfiglioli del Politecnico di Milano; Maria Grazia Colombo, sociologa, che aveva parlato di  B.T. in un libro curato dall’attuale Ministro, Laura Balbo. E naturalmente invitai anche Giuliana Rossi a presentare la Banca del Tempo di Parma, scoperta tramite Cristina Garattoni: la prima in assoluto a fondare in Italia una associazione così denominata e che funziona per metà come una banca e per l’altra metà come una associazione di volontariato tradizionale. 

 L’invenzione sociale denominata Banca del Tempo, quindi, è stata ideata da gruppi di donne. Una sindacalista di Parma, segretaria provinciale della Uil Pensionati e da un gruppo di donne di Sant’Arcangelo di Romagna senza esperienza associativa e di progettazione di una città. Voglio dire: esperienza del tipo che hanno gli urbanisti, gli architetti e gli uffici tecnici comunali. Queste donne, però, come tutte le donne nel mondo, erano e sono grandi esperte di organizzazione della casa, della vita quotidiana della loro famiglia e di se stesse. E sono grandi esperte di sincronizzazione del tempo quotidiano che spesso è semplice da realizzare quanto la quadratura del cerchio. E’ in queste capacità che hanno affondato mani e cervello, per prime, le donne di Parma e di Sant’Arcangelo per fondare questo nuovo tipo di associazione copiata, poi, in tante città italiane.

Le parole della Sindaco di Sant’Arcangelo di Romagna mi confermarono nell’impressione che avevo ricavato dalla lettura del giornale: la Banca del Tempo era una associazione innovativa in tanti sensi. E valeva davvero la pena di impegnarsi per diffonderne la conoscenza. Il Centro Il cittadino ritrovato è nato anni fa anche per questo e così decisi di organizzare una delle solite conferenze trimestrali. Il 25 maggio del 1995, a Bologna, nella sala convegni della  Regione Emilia Romagna che patrocinò l’incontro, mentre qualche piano sopra di noi il Consiglio appena eletto nominava presidente il futuro Ministro Bersani, senza immaginare cosa mi sarebbe accaduto nei mesi e negli anni successivi, iniziai l’avventura che dura da cinque anni e che in codice ha nome Tempomat.

Dietro la sigla Tempomat si nasconde un lavoro costante di censimento, di informazione e di servizi di sostegno e promozione e di organizzazione di iniziative. A fine marzo compirà un anno il sito Internet. Gli ormai tremila contatti ne dimostrano l’utilità per chi è curioso di saperne di più, ma è stato realizzato in primo luogo per le banche. Il sito è uno strumento che Tempomat vi offre gratuitamente per comunicare direttamente tra di voi, per consolidare e allargare la rete di relazioni che Tempomat ha cercato e cerca di favorire da sempre. Pertanto, chiedere l’aggiornamento dei dati anagrafici non è uno sfizio, ma offrire per conto di tutte le banche il servizio informativo migliore possibile.  E’ un servizio che le associazioni fanno a se stesse.

Voglio concludere, con un’ultima considerazione. Il Cittadino ritrovato, tramite l’Osservatorio B.T., ha dovuto scegliere la strada degli incontri di lavoro in seguito al successo della prima conferenza. Questo ha favorito l’affinarsi e l’affermarsi di quello che ho prima chiamato modello italiano  e che si caratterizza anche per un altro aspetto: la relazione particolare che queste associazioni hanno instaurato con le istituzioni locali. Con i Comuni, che in molte realtà sono stati promotori delle B.T., sono state sottoscritti accordi o convenzioni che sanciscono la restituzione in tempo del sostegno ricevuto (sede, telefono, fax, computer….) sotto forma di piccoli aiuti a cittadini indicati dall’amministrazione. E’ un’assunzione di responsabilità, oltre all’affermazione del principio secondo il quale chi usa la cosa pubblica, anche se in modestissima parte, a proprio vantaggio, contrae un debito nei confronti dell’intera collettività. Nel caso specifico, questo debito è, ovviamente, pagato in tempo e destinato a prestazioni in alcun modo sostitutive di lavoro oppure di servizi pubblici.  A riprova della sua validità, questa caratteristica è riconosciuta nell’art. 27 della legge su “Congedi parentali e tempi della città”, approvata il 22 febbraio scorso. Tempomat ha inseguito il legislatore e il risultato è positivo; infatti nella legge, oltre alla natura associativa delle Banche del Tempo non sono servizi pubblici), è precisato il tipo di sostegno che può essere richiesto e concesso dalle amministrazioni locali. In questo senso dà maggiore forza nei confronti  delle amministrazioni sorde.

Le B.T. censite dall’Osservatorio (alla data di oggi, 3 marzo 2000) sono 307. E’ un numero ballerino perché stiamo ricevendo in questi giorni i dati richiesti per accertare il numero effettivo (una cinquantina secondo me sono scatole vuote, di fatto banche inesistenti), ma soprattutto per cercare di comprendere la portata numerica del fenomeno italiano. Come risulta dall’allegato Riepilogo, alla data di martedì 29 febbraio hanno risposto n. 79 B.T. su 307 con un totale di aderenti di n. 4.220 di cui n. 3.042 Donne e n. 1.148 Uomini. Al totale generale devono essere aggiunti i 1.720 soci della B.T. di Guspini che, però, rappresenta un caso a parte in quanto vale almeno 20 delle altre banche.

Mancano ancora molte risposte, tra queste soprattutto ben 18 sportelli di Roma che hanno molti più soci del resto delle banche italiane, ma le indicazioni mi paiono chiare: è realistico ipotizzare che in Italia le B.T. coinvolgano ormai un numero di persone tra le 15.000 e le 20.000 distribuite in tutte le Regioni, anche se con una prevalenza al Centro nord. Prima è la Lombardia con 72, per la ricchezza di attivismo sociale, ma anche per l’intelligente azione promozionale di un’associazione molto ramificata sull’intero territorio nazionale, l’Auser (ndr:associazione nazionale di volontariato creata dal sindacato pensionati della Cgil).

Si è ormai affermata, quindi, quella che due anni fa ho definito “una terza rete di cittadinanza attiva”. Si affianca al Volontariato e all’Associazionismo tradizionali ed è fondata sullo scambio, cioè sul reciproco interesse degli aderenti. A cinque anni dalla nascita della banca italiana copiata, poi, da tutte le altre, quella di Sant’Arcangelo di Romagna, si può  affermare anche che siamo alla terza fase di questo fenomeno: dopo l’invenzione, dopo la diffusione caotica anche in luoghi differenti dall’insediamento tradizionale delle associazioni, quale è in primo luogo la Scuola, da oltre un anno, stiamo assistendo al consolidamento di un vero e proprio modello italiano.

Un modello in parte uguale e in parte differente dai Lets inglesi. E’ uguale perché, in entrambe le associazioni, gli scambi sono riconducibili a due grandi aree. Soltanto che, mentre nei Lets si scambiano aiuti e merci, nelle B.T. si scambiano prestazioni materiali (gli aiuti legati alla vita quotidiana, dove la donna è regina) e prestazioni immateriali (i saperi). Ne deriva che, mentre nei Lets le unità di misura sono due, il tempo e una moneta convenzionale, nelle banche italiane l’unità di misura è una soltanto: il tempo. In ore si misurano anche gli scambi di saperi che rappresentano la particolarità che ci fa parlare di modello italiano.

Lo scambio dei saperi, infatti, è l’innovazione introdotta sempre dalle donne nell’invenzione sociale Banca del Tempo. In preparazione della conferenza annuale che si terrà a Milano il 16 e 17 giugno, Tempomat ha chiesto a tutte le banche di comunicare quante ore sul totale di tempo scambiato sono destinate ai saperi e quali siano questi saperi. Questa sarà la caratterizzazione della conferenza.

Vedremo quali risultati darà questa mini ricerca, però, già sappiamo che ogni associazione è un piccolo cantiere formativo nel quale vengono messe in comune i saperi più diversi. Più che dall’attività professionale, essi derivano dall’esperienza, dagli interessi culturali e da capacità maturate autonomamente. In maggioranza si tratta di saperi, come siamo solite dire, fuori mercato, in quanto acquisiti nelle attività legate alla vita quotidiana, al tempo libero e alle esperienze individuali. Ad esempio: la cucina, il ricamo, il bricolage, le piccole manutenzioni, le conoscenze artistiche, gli interessi letterari, le capacità manuali.

 Dovrebbe essere chiaro, a questo punto, perché ho scelto questo titolo per la mia relazione.

La B.T. fa bene alle persone perché se ne ricava utilità materiale e immateriale. Nel libro l’abbiamo definita un antidoto contro la solitudine: la malattia forse più diffusa e socialmente più grave di questo nostro mondo. Eliminarne anche soltanto uno spicchio, come dicevo prima, equivale a elevare il benessere di una comunità.

La B.T. fa bene alla città perché:

1) le reti di cittadinanza attiva sono sintomo di comunità che sa risolvere una parte dei propri bisogni in autonomia e pretende con maggiore forza che le istituzioni garantiscano i servizi sociali fondamentali e indispensabili e di buona qualità; 

2) la solidarietà conveniente (lo scambio e non il dono) educa i soci alla reciprocità e sancisce l’eguaglianza tra soggetti di differenti condizioni sociali: ognuno vale per quanto sa fare e l’ora è uguale per tutti;

3) le B.T. hanno un valore educativo formidabile nel caso del coinvolgimento di scuole e di giovani e di rapporti intergenerazionali. Lo dimostrano le molte esperienze di relazione tra banche e scuole (es. Recanati e la scoperta, tramite i nonni artigiani, di vecchi mestieri utili e introvabili da parte di bambini e ragazzi);

4) la relazione con l’Ente locale, in particolare il Comune, indispensabile per la sopravvivenza di queste associazioni, comporta che si stabilisca un rapporto di reciprocità che è insieme di controllo e di partecipazione attiva che responsabilizzano sia la B.T. sia l’Ente locale (o altra istituzione sostenitrice).

Muta, di conseguenza, l’atteggiamento dei gruppi aderenti alle banche nei confronti delle istituzioni. Anziché chiedere che il pubblico risolva tutti i bisogni, si passa alla selezione degli interventi e si diviene sollecitatori attivi di importanti azioni pubbliche (es. Guspini e il verde pubblico), oppure si favorisce l’uscita dall’isolamento di soggetti problematici (es. Castel Ritaldi e l’Istituto per handicappati psichici). 

 

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