Tempomat  
 Osservatorio Nazionale sulle Banche del Tempo

 

IV Conferenza annuale Delle Banche Tempo italiane

Milano, 16 Giugno 2000
Grazia Colombo, Intervento conclusivo di I° Sessione 


Cerco di portarvi oggi dei materiali di riflessione, perché un incontro come questo deve soffermarsi 
in modo interrogativo sulla realtà delle Banche del Tempo. Quindi tento di portare delle riflessioni a 
partire sia da questi risultati che Tempomat ci ha offerto sugli scambi dei saperi, sia sull'attività 
degli scambi nelle banche del tempo per come le conosco attraverso l'attività del Coordinamento 
delle banche del tempo di Milano e attraverso i contatti che costantemente ho con molte banche del 
tempo. Allora vi offrirò dei flash, degli interrogativi, delle considerazioni sperando che poi possano 
essere oggetto sia di confronto in questa sede, ma soprattutto che possano essere delle riflessioni da 
portare a casa e da discutere con i propri soci delle banche del tempo.

Uno dei dati che emerge fra quelli che ci sono stati forniti da Tempomat, è che il 70 per cento dei 
soci delle banche del tempo sono donne. La maggioranza degli scambi di sapere, sono riferiti ad 
attività che socialmente riconosciamo come attività femminili: cucire, ricamare, dipingere, fare del 
bricolage. Questa considerazione ci fa nascere degli interrogativi perché non vogliamo che le 
banche del tempo siano solo di donne - questo lo abbiamo detto più volte - e vogliamo anche che 
sui saperi ci sia un confronto tra i generi, tra il genere maschile e il genere femminile. 

Allora che cosa possiamo fare perché possa nascere e crescere qualcosa di diverso riferito agli 
scambi di sapere nelle banche del tempo? Da un lato, possiamo soffermarci a considerare che i 
saperi femminili scambiati in così larga parte, possono voler dire riappropriarsi - da parte delle 
donne - di abilità, di piaceri, anche, dopo un tempo in cui sono stati considerati semplicemente il 
nostro destino, il nostro unico ambito di applicazione. La mia generazione - la generazione delle 
donne che sono adulte che stanno arrivando alla terza età della loro vita - sono quelle che hanno per 
prime buttato via le competenze considerate unicamente femminili perché erano releganti: abbiamo 
smesso di fare ricamo, cucito, uncinetto eccetera perché bisognava conquistare altre competenze. 
Ritenevamo anche che queste nuove competenze ci facessero raggiungere la parità, poi col tempo 
abbiamo capito che quello che serve non è essere uguali fra generi, tra sessi, è importante affermare 
le differenze, è importante guardarsi reciprocamente con interesse. Ecco, io credo che la nuova 
generazione di donne oggi ci dica che l'interesse va verso la direzione di imparare reciprocamente. 
Allora questi saperi possono essere messi in circolo non solo per le donne, ma anche per gli uomini. 

Io ricordo una decina di anni fa quando ero assessore nel mio comune - ero assessore ai "giovani" - 
e avevo proposto dei corsi di "sopravvivenza", così li avevo definiti, per i giovani, per i ragazzi e le 
ragazze, tra cui anche quello di cucito. È necessario a tutti sapersi attaccare un bottone, rifarsi un 
pezzo di orlo, uomini e donne. Beh, dieci anni fa non era ancora il tempo per parlare di questo e 
infatti non è stato fatto. Era ancora fortemente femminile l'attività ad esempio del cucire anche solo 
per bastare a se stessi. Io spero che oggi, e proviamo a leggere in questo modo così dinamico questo 
sapere che nelle banche del tempo riemerge, possa circolare non solo tra le donne ma fra donne e 
uomini, altrimenti il rischio è che di nuovo questa non sia semplicemente una nostra competenza, 
ma sia l'unica possibilità o una delle poche possibilità di sapere, e questo credo che non potrebbe 
andarci bene. 

Allora vuol dire che, se nelle banche del tempo vogliamo che ci siano uomini e donne e vogliamo 
che ci sia una circolazione di saperi, la conseguenza è che i saperi al femminile devono poter 
diventare patrimonio anche del maschile. Ripeto, dopo un tempo in cui abbiamo smesso di 
insegnare il punto a croce, pensando che fosse utile per le bambine imparare a giocare al pallone, 
oggi sappiamo che il punto croce è un'attività molto preziosa della mano che non sarebbe male che 
imparassero anche gli uomini. So che fa ancora molto senso un'affermazione di questo tipo, ma 
rimando alla circolazione dei saperi nella banca del tempo questa provocazione e questa necessità di 
riflessione. Quindi così come le donne si affacciano a internet, all'uso del computer, a 
un'acquisizione di saperi più tecnologici, occorre che anche le banche del tempo facciano da 
specchio a questa tendenza e scambino verso le donne questi tipi di saperi e verso gli uomini quei 
saperi ritenuti tipicamente femminili.

Un altro interrogativo ci viene dall'analisi delle attività svolte nelle ore scambiate nelle banche del 
tempo. Si tratta prevalentemente di attività che riguardano i bisogni della vita quotidiana, quelli che 
abbiamo più volte denominato come i piccoli bisogni essenziali della vita quotidiana. Allora, da un 
lato questo dato ci segnala una vistosa contraddizione in cui siamo inseriti nel nostro tempo, un 
tempo in cui, ad esempio, si parla tanto di new economy - scoperta da poco ma già tutti ne parlano - 
e si continua a non far diventare un pubblico dibattito il senso e la necessità di economia sociale che 
forse non sarà una nuova economia, sarà una vecchia economia ma è un'economia di cui tutti 
abbiamo bisogno e a cui tutti facciamo riferimento quotidiano. 

Quel tipo di economia del quotidiano, quella che riguarda il bambino che va a scuola e quando torna 
a casa non ci sono i genitori ad aspettarlo, quella dell'anziano genitore che comincia a non essere 
più in grado di vivere da solo nella casa che era stata quella della sua famiglia, quella della persona 
uomo o donna single che quando ha l'influenza o si rompe una gamba non è in grado di bastare a se 
stesso come in tutti gli altri giorni dell'anno e così via: c'è un forte bisogno di economia sociale 
intesa come economia della vita quotidiana per continuare a vivere oggi e prepararci a vivere 
domani. 

Tutto questo è ancora fortemente relegato in un ambito minoritario, in un ambito di dibattito e di 
confronto residuale che appunto non conquista mai le prime pagine dei giornali, non conquista uno 
straccio di dibattito televisivo, non conquista neppure le nostre attenzioni di riflessione. Infatti tutti 
sappiamo che se la nostra vita ogni giorno va avanti è perché è sostenuta da attività costanti, 
importanti ma non considerate anzi denigrate... Il nostro andare a lavorare, ad esempio, che è per 
tanti l'attività prevalente, si fonda sul fatto che c'è una tela che sostiene la nostra vita e che è fatta di 
tutti questi piccoli gesti (del fare la spesa, del far da mangiare, del portare il bambino, del portar 
fuori il cane eccetera); tela che se si rompesse, andrebbe tutto a picco, compreso il nostro lavoro. 
Quante volte non andremmo a lavorare alla mattina se quella tela non reggesse, e quella tela è 
ancora fortemente fatta di azioni silenziose femminili, quasi trasparenti, tanto sono poco nominate. 

Allora ritorniamo alla considerazione di cui sopra: se in quanto donne abbiamo chiesto (e anche 
dalla ricerca emerge) da qualche decennio di non essere le uniche che curano tutti, ma abbiamo 
chiesto una redistribuzione dei lavori di cura, tanto che oggi siamo le donne del 'e-e' e non del 'o-o', 
cioè vogliamo avere un lavoro fuori, vogliamo avere una famiglia, vogliamo avere anche il tempo 
per noi, ecco, se vogliamo tutto questo non può esserci questo senza redistribuzione dei lavori di 
cura. Allora questo vuol dire che in parte l'attività di cura deve essere garantita dai servizi, in parte 
dobbiamo garantircela da noi. Il problema è: quando diciamo noi, a chi ci riferiamo? Io credo che si 
intenda che ci riferiamo a uomini e donne. Ecco, allora questo scambio di ore prevalentemente 
riferito ad attività della vita quotidiana, in banche del tempo dove il 70 per cento sono donne, ci 
porta a dire che ancora questo scambio è fortemente svolto tra donne.

Questo credo che sia il secondo elemento, oltre quello dello scambio dei saperi, che ci porta a dire 
che la banca del tempo deve diventare un ambito di uomini e di donne perché è un modo per 
crescere e per far crescere una cultura di scambio dei bisogni della vita quotidiana in un modo più 
soddisfacente. Tra l'altro, quando dico soddisfacente non è soddisfacente solo per le donne che così 
si liberano un po' di alcune incombenze, è soddisfacente anche per gli uomini perché alcune piccole 
ricerche, non estese come questa della Demoscopea, ci dicono che gli uomini ultrasessantenni che 
hanno scoperto che nella loro vita oltre che occuparsi di lavoro, prevalentemente - avendo già 
chiuso con questa vicenda o essendo sul punto di chiudere - scoprono di potersi occupare di qualche 
compito della vita quotidiana, che riguarda la tenuta della casa o la cura dei nipoti, e dicono di 
essere contenti di questa dimensione. Quindi forse significa che la redistribuzione del lavoro di 
cura, non è semplicemente mettere sulle spalle degli altri qualcosa che è brutto e cattivo, ma forse 
vuol dire ritrovarsi insieme a svolgere qualcosa che può essere anche piacevole e gratificante. Ecco, 
io credo che però nella banca del tempo questo dibattito vada portato e quindi si debba pensare a 
come dare impulso agli scambi di certi tipi di attività riguardanti la cura e la vita quotidiana fra tutti 
i soci.

Un altro interrogativo che si pone continuamente, e passo a tutt'altro argomento, nel prendere in 
considerazione la vita delle banche del tempo, è l'argomento della comunicazione e delle relazioni 
al loro interno: le relazioni tra i soci, le relazioni tra i coordinatori e i soci, le relazioni all'interno 
delle banche del tempo e verso l'esterno, fanno registrare delle difficoltà. Si tratta di difficoltà 
prevalentemente riferite allo svolgere un compito gestionale che prevede di mettere in contatto 
persone tra loro estranee - come sono i soci delle banche del tempo - rappresentando però i 
contenuti, i valori e le regole delle banche del tempo stesse. Si tratta di difficoltà che avevamo 
previsto, cioè quella che in altre occasioni, qualche anno fa, abbiamo nominato come un possibile 
futuro punto di difficoltà che era quello di dire: stiamo attenti che le banche del tempo non sono un 
gruppo di amici, non sono un gruppo omogeneo per idealità, per modo di pensare, per modo di 
credere: è un gruppo di persone eterogeneo, attirate dal valore dello scambiarsi, quindi dell'essere 
utile reciprocamente. 

Questa è una difficoltà perché noi non siamo abituati a trovarci in situazioni che ci mettono a 
confronto con la differenza del modo di pensare dell'altro; possiamo accettarla solo se l'unità 
dell'incontro è quello familiare parentale, allora lì il vincolo parentale è come se ci facesse passare 
sopra alle differenze, ma altrimenti noi sentiamo maggiormente il bisogno di stare con chi la pensa 
come noi. Nella banca del tempo noi non possiamo pensare di stare con chi la pensa come noi. 
Questo dà adito a una certa difficoltà comunicativa. Non solo, quando si hanno dei compiti di 
gestione (c'è chi parla di coordinatori, chi parla di segreteria, comunque chi conduce 
temporaneamente la banca del tempo), anche lì si incontrano delle situazioni a cui non si era 
preparati: si è fatto nascere la banca del tempo perché piaceva l'idea, poi è capitato di dover fare un 
colloquio con una persona ex alcolista che chiedeva di entrare nella banca del tempo; oppure con 
una persona che si sa essere utente di un centro di salute mentale e così via. Nascono dei problemi: 
come fare a condurre quel colloquio e come regolarsi rispetto alla diversità che alcune persone 
portano con sé?

Questi sono temi che vanno trattati all'interno della banca del tempo, non ci sono ricette. Quando 
dicevamo e diciamo tuttora che la banca del tempo è un'invenzione sociale, facevamo riferimento al 
fatto che non c'era un modello già precostituito a cui fare riferimento, ma che l'esperienza, nel corso 
del tempo, ci avrebbe condotto a imparare come fare. Poi ritorneremo su questo punto dell'imparare 
dall'esperienza perché dall'esperienza non si impara soltanto raccontando l'esperienza, bisogna fare 
qualcosa di più complesso. Certo, si può fare anche qualcosa che ha a che fare con l'imparare a 
comunicare, ad esempio il Coordinamento della provincia di Milano è riuscito ad avere dalla 
Provincia stessa (sapete che, le Province istituzionalmente gestiscono i fondi regionali per la 
formazione, quindi è l'ente giusto a cui chiedere dei corsi di formazione) dei corsi di formazione sul 
tema della comunicazione interpersonale e sociale. Sono sicuramente un piccolo contributo in 
questa direzione, che però non mettono al sicuro dal dover affrontare nella banca del tempo stessa il 
confronto sul tema: come procediamo tra noi e tra noi e quelli che vogliono entrare nella banca del 
tempo e fra noi e chi sta all'esterno, quindi in ambiti diversi di comunicazione e di relazione.

Un altro punto su cui mi pare valga la pena di soffermarsi, è quello che nomino con una specie di 
titolo, e che è: tollerare l'ansia derivante dalla non crescita di soci e di ore scambiate. Che cosa 
voglio dire con questo? Che sento sempre più spesso dei soci, dei coordinatori di banche del tempo 
preoccupati del fatto che "non facciamo altri soci", "non si scambiano tante ore", come mai? cosa 
succede? E' giusto continuare a mantenere un atteggiamento di monitoraggio, di valutazione di 
quello che succede nella banca del tempo, però attenzione a non chiedersi dei compiti impossibili. 
L'avevamo già detto che la banca del tempo non poteva aumentare quantitativamente in un lasso di 
tempo breve, perché la qualità che richiede nelle relazioni e nel suo realizzare lo scambio, è tale per 
cui i tempi non possono che essere medio-lunghi. 

Questo vale ancora, non è arrivato niente di nuovo che ci dice che si possono bruciare queste tappe, 
forse si possono bruciare le tappe laddove - e ancora ci sono molte situazioni di banche del tempo 
che si regolano così - si regalano ore. Allora, per non avere l'ansia del fatto che circolano poche ore, 
ci si mette a regalarle e si fa quello che fanno le associazioni culturali, le associazioni sportive, le 
associazioni ecologiche, le associazioni di volontariato sociale. La banca del tempo non regala ore, 
se no è un'altra cosa, e siccome nessuno ci obbliga a fare delle banche del tempo, ancora, per 
fortuna, facciamole come devono essere fatte, cioè delle banche del tempo che sono fondate sul 
valore dello scambio perché ciò ha un senso, ma se anche questo senso non si realizza 
immediatamente, bisogna perseguirlo nel tempo. Quindi tollerare l'ansia e non cercare scorciatoie.

Spesso le banche del tempo sentono la necessità, ad esempio, di attivare dei rapporti con altre 
associazioni e dietro a questa necessità implicitamente c'è un po' l'idea che, attraverso questo, si 
aumentano le attività delle banche del tempo. Rispetto a questo punto - e, tra l'altro, proprio l'altra 
settimana c'è stato un incontro tra le banche del tempo della provincia di Torino che si 
interrogavano proprio su questo punto dell'ampliamento della propria attività all'incontro con altre 
associazioni - porto delle domande. Credo che nel momento in cui alle banche del tempo venga 
voglia di ampliare la propria attività confrontandosi, aprendosi alle altre associazioni, quelle 
presenti nella propria comunità, occorra chiedersi, farsi proprio questa domanda: quali sono le 
motivazioni che ci portano ad aver voglia di ampliare i nostri rapporti ad altre associazioni? Io l'ho 
chiesto in questa situazione di Torino e le risposte che sono venute fuori sono state tra loro diverse. 
Ve le propongo.

Le motivazioni derivano da obiettivi di promozione della banca del tempo, far sapere che c'è, 
sostanzialmente; sono legate a un'idea che è quella dell'allargamento del numero di soci e del 
numero di scambi, di una diversificazione delle attività nell'ambito delle banche del tempo e anche 
di una sorta di vetrina per poter dire: ci siamo anche noi. Questa è una motivazione forte, sembra 
quasi intollerabile per i soci delle banche del tempo vedere che gli altri delle altre associazioni si 
danno delle occasioni per farsi vedere pubblicamente, "invece noi non ci siamo". Ma vale la pena di 
esserci se c'è un motivo per esserci, ci si mette in vetrina per farsi vedere se questo porta a qualcosa, 
perché di per sé l'esibizione potrebbe non essere interessante. Allora il farsi vedere nella comunità, 
deve portare a qualcos'altro.

Questo a che cosa ci porta? Credo che non sia ancora sufficientemente chiaro, tanto che, ad esempio 
in quell'occasione di confronto, è emerso che ci sono delle banche del tempo che hanno delle 
attività in comune con altre associazioni per realizzare un obiettivo di tipo sociale o solidale, dove 
però non avviene uno scambio. Allora queste situazioni devono interrogare, perché da un lato 
abbiamo detto che la banca del tempo ha senso che esista se scambia, infatti se ci troviamo ancora 
nelle situazioni in cui si regalano ore - come è già successo e come credo ancora succeda - 
soprattutto nelle banche del tempo che nascono all'interno di associazioni di volontariato, nasce 
questo tipo di conflitto fra chi dice: "Io ti do un'ora e tu mi dai un'ora", quindi fra chi aderisce a 
questo principio, e chi dice: "Ma che fiscalità! Ma cosa vuoi che sia un'ora! Io ho del tempo, lo 
regalo". Capite bene che un'affermazione di questo tipo è così svalorizzante verso lo scambio che i 
margini di confronto risultano essere quasi nulli, perché stiamo parlando di valori diversi. O 
riconosciamo reciprocamente che questi valori sono ugualmente buoni, oppure se chi ha del tempo 
da regalare ritiene che sia di poco conto star lì a contarlo, allora non ci siamo. Bisogna avere il 
coraggio di portare maggiore chiarezza in questo ambito all'interno della banca del tempo stessa e 
soprattutto, dicevo, con le altre associazioni.

Può anche essere che ci sia un'occasione nella comunità, nel proprio comune, nel proprio quartiere 
in cui si aderisce a un obiettivo di solidarietà - del resto la maggior parte degli statuti delle banche 
del tempo e dei regolamenti, fanno riferimento a questo valore - ne fanno riferimento per lo 
scambio, però ci sono degli statuti in cui si afferma che la propria associazione banca del tempo 
lavora per costruire questo valore della solidarietà nella comunità. Può allora esserci l'occasione in 
cui si raccolgono dei fondi per la costruzione di una scuola nel Ghana. La banca del tempo può 
partecipare a un'occasione di questo tipo se rimane un'occasione particolare, delimitata nello spazio 
e chiara nel suo valore a tutti i soci, che però è oltre l'attività dello scambio. Se non c'è questa 
chiarezza, è talmente forte la seduzione del partecipare a una buona azione - in un tempo in cui pare 
che siamo diventati tutti uguali e tutti buoni e ci dimentichiamo delle reali differenze fra noi - che 
capite che si può andare di corsa tutti quanti nella stessa direzione, ma questo fa morire la banca del 
tempo.

Allora, ne approfitto per dirvi: provate, nelle situazioni in cui vivete, a capire perché alcune banche 
del tempo muoiono: alcune muoiono semplicemente perché c'era una motivazione sbagliata, altre 
muoiono per qualche altro motivo. È interessante, in questa fase, capire perché muoiono, perché 
forse pensavano che fosse appunto una bella idea ma che non aveva a che fare con l'azione 
quotidiana dello scambio, e io continuo a incontrare delle persone che mi dicono: "Ah che bella idea 
la banca del tempo", "Ma lei scambierebbe?", "Ah, io non ho bisogno di niente". Bene, 
pensioniamoci.

Queste sono le criticità che noi incontriamo nel realizzare e nel portare avanti le banche del tempo. 
Allora bisogna chiedersi che cosa si crea di più e di diverso attivando lo scambio piuttosto che 
mantenendo delle tradizionali relazioni tra associazioni, quindi devo sapere, io banca del tempo, 
cosa "guadagno" nell'avviare un'attività di scambio con un'altra associazione, oppure avendo 
semplicemente una collaborazione per un progetto particolare, visibile nel tempo. Infatti, ci sono 
delle banche del tempo che scambiano con le associazioni, ci sono delle banche del tempo che 
scambiano anche con i Comuni, ci sono delle banche del tempo che hanno delle convenzioni con i 
Comuni e delle banche del tempo che invece fanno diventare soci i Comuni, e quindi la banca del 
tempo interagisce, anziché con una singola persona, con un corpo collettivo. Questo è possibile, si 
tratta poi di scambiarsi tra banche del tempo questo sapere per mettere in atto analoghi meccanismi 
nella propria banca e credo che, attraverso Tempomat, questo potrebbe essere realizzato. Nella 
provincia di Milano c'è una news letter che circola tra le varie banche del tempo, ecco, un foglio che 
circola in cui si scrivono determinate modalità per affrontare un determinato problema, dopo essere 
passati da un'analisi della propria situazione, è un modo utile per far circolare il "come fare".

Un ultimo punto e poi chiudo: le banche del tempo hanno bisogno di definizioni legislative? Su 
questo il dibattito mi pare che non sia ancora sufficientemente aperto. Credo che come ambiti di 
mutuo aiuto, le banche del tempo possono rappresentarsi, quindi rappresentare se stesse, 
socialmente attraverso delle delimitazioni e dei vincoli deboli e non necessariamente delimitazioni e 
vincoli forti. Che cosa voglio dire con questo? Penso che una ricchezza delle banche del tempo sia 
quella di non nascere per provvedimento legislativo, ma di nascere per desiderio e motivazione 
personale e sociale. Allora, se appunto le banche del tempo non nascono per provvedimento 
legislativo, c'è da chiedersi quali vantaggi può portare alla vita della banca del tempo una più 
precisa definizione legislativa. È una domanda che va posta. Alla fine, nei momenti in cui questa 
domanda un po' è stata posta, sembra che il vantaggio presunto -perché non è ancora un vantaggio 
reale - possa essere di tipo economico e che motiva la banca del tempo a diventare istituzione. 

Credo che dobbiamo metterci reciprocamente in guardia da questa semplicistica motivazione, per 
una serie di argomenti che cerco di portare. Rispetto al problema economico, noi siamo in una 
cultura, quella italiana, che ha espresso molto attraverso la rivendicazione di spazi, di visibilità, di 
mezzi all'istituzione pubblica, tanto che contemporaneamente, rispetto ad altri paesi europei, è meno 
cresciuta una capacità di autogoverno perché noi abbiamo, per semplificare un po' le idee, molto più 
chiesto che altri facciano piuttosto che misurarci noi stessi col nostro fare, quindi con 
l'autorganizzazione, tanto che le dimensioni gestionali della banca del tempo ci procurano un sacco 
di problemi e di difficoltà, proprio perché non siamo culturalmente abituati ad autogestire le nostre 
situazioni, siamo più abituati a stare in situazioni gestite da altri.

La richiesta di tipo economico, è una delle prime richieste che ci viene da fare, prima ancora di 
sapere a cosa servirà. Non sono certo io che vi dirò che i soldi non servono, il problema è chiedersi 
a cosa servono. La banca del tempo, nel momento in cui ritiene di aver bisogno di soldi, deve sapere 
anche a cosa servono quei soldi, quindi deve avere un atteggiamento progettuale, perché i soldi 
delle fotocopie o dei francobolli possono essere coperti dalla tassazione annuale. Ci sono delle 
banche del tempo leggere che vivono senza computer e senza un telefono stabile, hanno una sede in 
regime di scambio, non è che non servono soldi, però bisogna avere chiaro a cosa servono perché 
altrimenti il rischio è di fare un ragionamento (su cui io sono fortemente critica anche nella 
situazione milanese) di diventare istituzione per poter successivamente chiedere dei soldi che forse 
arriveranno ma forse no, e poi vedremo cosa farne. Ecco, io sento che dentro qui c'è qualcosa che va 
migliorato, bisogna diventare capaci di ragionamenti diversi.

La banca del tempo è un soggetto che, come dicevo prima, vive di legami deboli. Per deboli intendo 
proprio elastici, non deboli poveri, ma elastici, non rigidi - può vivere, anzi vive se ha proprio la 
capacità di avere dei legami elastici. Non ha bisogno quindi di vincoli, non ha bisogno di una legge 
che dica come devono essere le banche del tempo; le banche del tempo possono avere bisogno di 
soldi, però per fare qualcosa che sia chiaro. Questo, a mio parere, significa anche conquistarsi un 
pensiero, una cultura che davvero si differenzia dall'esistente: la nostra scommessa è proprio quella 
di stare insieme a partire da regole diverse che non stiamo mutuando da nessun'altra istituzione, e la 
scommessa anche interessante è quella che ci fa registrare una crescita lenta, ma in una direzione 
entusiasmante.

Va detto perché la banca del tempo tende a creare una nuova cultura entro l'economia solidale, e 
quindi deve trovare anche forme nuove di regolazione interna e di relazione con l'esterno che, a mio 
parere, appunto sono chiare e già agibili oggi, attraverso lo scambio e attraverso la convenzione 
anche con le istituzioni: perché la banca del tempo vive più del riconoscimento reciproco tra i soci 
che non del riconoscimento del Comune. Lo so che è un'affermazione che suscita anche delle 
perplessità, perché uno dei primi passi che le banche del tempo vogliono fare è essere riconosciute 
dal Comune. 

E' necessario capire che cosa si porta a casa attraverso questo riconoscimento. Se si porta a casa la 
possibilità di aprire un confronto col comune, ad esempio, per lo scambio di una sede in cambio di 
qualcos'altro, va benissimo questo riconoscimento; se si porta a casa la possibilità di essere inseriti 
in un elenco ipotetico che non si sa a cosa servirà in seguito, di questo riconoscimento si può fare a 
meno, mentre non si può fare a meno del riconoscimento reciproco tra soci nello scambio. Con 
questo voglio dire che la banca del tempo, lo ripeto, non è - e deve trovare la sua strada per esserlo - 
né il gruppo di amiche o amici, né l'istituzione-servizio, è un'altra cosa e quindi deve dimostrarlo 
nei fatti di essere un'altra cosa e per dimostrarlo, per avere quindi un cemento di relazione 
reciproca, deve passare attraverso il riconoscersi tra persone che pur non pensandola allo stesso 
modo, "siamo qui per dar vita a qualcosa che serve a entrambi", e nel servire a entrambi, serve alla 
comunità nel suo insieme.

La banca del tempo vive se trova una dimensione relazionale, come dicevo prima, nuova, e vive se 
trova una dimensione gestionale interna attenta contemporaneamente a due elementi, e sintetizzo 
quello che ho già detto per concludere: attenta a far circolare gli scambi, che è l'obiettivo primario, 
ma attenta contemporaneamente alla creazione e al mantenimento di buone relazioni, perché credo 
che tutti abbiamo scritto nei nostri regolamenti che la banca del tempo è un ambito di 
socializzazione.

Allora, abbiamo detto che ci piacerebbe sapere che le risposte a tutto questo sono scritte da qualche 
parte e che si può andare a copiarle; ma non c'è ancora un modello, stiamo ancora sperimentando. 
Questi momenti di confronto servono a imparare dall'esperienza. Vuol dire mettere un tassello in 
più rispetto a ieri, però, dicevo prima, imparare dall'esperienza necessita un movimento complesso e 
anche un po' faticoso. Col racconto dell'esperienza non si impara, il racconto serve, serve a metterci 
in contatto l'uno con l'altro, serve a conoscerci, serve a tirar fuori una parte di noi, ma di per sé non 
basta per imparare. Bisogna analizzare le situazioni, e per analizzare le situazioni bisogna chiedersi 
tanti perché: perché succede un certo fenomeno, perché succede lì e non altrove, perché succede a 
quelle persone e non ad altre. Analisi vuol dire, quindi, darsi degli indicatori anche molto semplici 
per portare dei dati su cui si apre una riflessione tra i soci e tra banche diverse. Ed è solo dandosi 
questo tempo di confronto sui dati di analisi, non sul racconto, che noi possiamo avere 
l'elaborazione della nostra esperienza, magari due sassolini ma che ci portano una novità rispetto al 
punto a cui siamo arrivati fino a oggi.

Ecco, io auguro a tutti e a me stessa che questi momenti e i momenti nelle singole banche del tempo 
e i momenti di coordinamento tra le banche del tempo, siano momenti in cui si impara 
dall'esperienza. Continuo a considerarla una grande possibilità, una grande opportunità per tutti noi 
per dar senso alla nostra stessa vita.


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