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| Osservatorio Nazionale sulle Banche del Tempo | ||
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Intervento scritto a WORKSHOP di ADELE GRISENDI Il caso che vi spiegherò riguarda le Banche del Tempo nate in Italia a partire dal marzo 1995, data in cui le ha inventate un gruppo di donne di Sant'Arcangelo di Romagna, un paese di settemila abitanti in provincia di Rimini. La diffusione nel resto del paese è iniziata nel 1996; al 30 gennaio di quest'anno le associazioni Banche del tempo esistenti in Italia sono 260 e crescono in media di 100 ogni anno. I soggetti promotori sono riconducibili a quattro: gruppi spontanei di cittadini; enti locali; associazioni già esistenti e sindacati; cooperative sociali (creano B.T. chiuse, riservate ai loro soci). Le Banche del Tempo italiane, pertanto, sono: "libere associazioni tra persone che si autorganizzano e si scambiano tempo per aiutarsi soprattutto nelle piccole necessità quotidiane". Diversamente dai L.E..T.S. inglesi, nelle B.T. italiane non avviene scambio di merci o di prestazioni con un valore di mercato valutabile. Sono "luoghi nei quali si ritrovano le abitudini tradizionali del vicinato e si estende, a persone prima sconosciute, l'aiuto che circola tra appartenenti alla stessa famiglia o ai gruppi di amici". Sono state inventate da donne (lavoratrici, pensionate, disoccupate, studentesse, eccetera) per migliorare la qualità della loro vita. Per le donne occupate l'aiuto in tempo è destinato a ridurre la fatica di conciliare il lavoro familiare con quello professionale. Per le donne pensionate, lo scambio di tempo serve anche ad uscire dalla solitudine. Per tutte, comunque, le B.T. servono a soddisfare bisogni materiali e bisogni immateriali. Tra i primi, prevalgono quelli legati all'organizzazione quotidiana della vita delle persone e delle famiglie; tra i secondi, il bisogno di compagnia e di acquisire saperi e conoscenze. Quasi tutte le banche sono create da donne e donne sono la maggioranza degli aderenti. Ne sono, pertanto, l'attore sociale di riferimento. Si può dire, pertanto, che "le donne, inventando le Banche del tempo, hanno inventato un luogo solidale a misura della loro fame di tempo e della necessità di fare quadrare il loro bilancio quotidiano del tempo che, specialmente a causa del lavoro familiare, è sempre in rosso". Gli uomini che aderiscono a queste associazioni si adeguano scoprendo che è possibile collaborare negli impegni quotidiani. La figura prevalente tra le donne aderenti alle Banche del Tempo è costituita dalla lavoratrice: dipendente, autonoma e libera professionista. Soltanto per tale aspetto, queste associazioni possono essere considerate anche un luogo di compensazione tra il tempo di lavoro professionale e il tempo di lavoro familiare che pesa sulle lavoratrici. La contrattazione sindacale, infatti, non ha alcun ruolo, né per costituirle, né per organizzarle. Come tutte le altre associazioni, le B.T. adottano lo Statuto e lo registrano come previsto dalle leggi nazionali e regionali. La "regola di fondo che vige in tutte le B.T. è lo scambio". Sinonimo di reciproca convenienza, lo scambio presuppone, per sua stessa definizione, che i soggetti che entrano in relazione siano attivi. Di conseguenza, diversamente che nel Volontariato (che si regge sul dono di aiuto ai bisognosi di assistenza), "la solidarietà che circola nelle B.T. non è a senso unico. E' reciproca e alla pari. Il tempo scambiato è misurato in ore e l'ora è di 60 minuti per tutti, indipendentemente dalla professione, dalla classe sociale di appartenenza o dalle condizioni economiche delle singole persone". In questo senso, le Banche del Tempo realizzano un egualitarismo pressoché perfetto. L'organizzazione delle B.T. è copiata dalle banche vere (libretto assegni, conto corrente, depositi..) salvo che per un particolare: nelle B.T. c'è il vincolo del pareggio; non si maturano interessi sui depositi e neppure si pagano quando si va in rosso. L'elenco degli aiuti che vengono scambiati e misurati in ore è molto lungo. Può essere suddiviso in due grandi aree: la prima, la prevalente, è composta dalle prestazioni minute che riguardano lo svolgimento della vita quotidiana (la spesa, la cucina, la lavanderia, le relazioni con gli enti pubblici, i bambini, gli anziani, il tempo libero in compagnia...); la seconda, molto diffusa anche perché favorisce la socializzazione, riguarda lo scambio dei saperi. Cioè, il baratto delle conoscenze che le singole persone possiedono.
Questo secondo tipo di scambi mette sullo stesso piano saperi esistenti
sul mercato (computer, lingue, pittura, fotografia.) e saperi "fuori
mercato", nel senso che non hanno valore. E' il caso dei saperi
delle persone anziane (come si viveva anni fa, i vecchi mestieri,
com'era la città...) e delle casalinghe (ricette, ricami, pizzi,
stiro...). Le B.T. funzionano sia nelle grandi sia nelle piccole città e in tutte le parti d'Italia. A partire dai primi mesi del 1998, hanno iniziato anche a diffondersi nelle scuole medie e nelle superiori. Il merito va ad alcune insegnanti che hanno compreso quanto le B.T. possano educare alla reciproca solidarietà e al valore della comunità. I migliori in classe si avvicinano ai meno capaci, ma i ragazzi si scambiano anche saperi esterni alla scuola e quasi sempre accade che i meno bravi negli studi insegnino ai migliori. Ad esempio, a nuotare, a suonare la chitarra o il pianoforte oppure a farsi una cultura sulla musica rock. Come avrete compreso, è evidente che le Banche del Tempo che si stanno diffondendo in Italia sono cosa diversa dalle Banche delle Ore o Conti Tempo individuali create nel luoghi di lavoro sulla base di accordi contrattuali (nazionali o locali) sottoscritti dai sindacati e dalle imprese o dagli Enti pubblici. per evitare confusione, io preferisco chiamarli Conti Tempo Individuali. L'esperienza italiana in fatto di tempo di lavoro lavorato in più, cioè messo in un conto che il lavoratore e la lavoratrice utilizzeranno per loro future necessità (seguendo le regole indicate dal contratto e qualunque siano tali necessità) è ancora agli inizi. E' prevista da poco tempo in alcuni contratti nazionali. Il primo è stato quello dei chimici (inizio estate 1998), poi sono venuti i ferrovieri, i bancari e gli statali. Sperimentazioni sono in corso in due Agenzie assicurative di Roma e Milano, grazie a un contratto aziendale. L'Ufficio Tempi del Comune di Roma ha organizzato, nel giugno 1998, un incontro pubblico in previsione di sperimentare il Conto Tempo individuale per i 30.000 dipendenti del Comune di Roma. La cosa, però, non ha avuto seguito. I dipendenti aspettano che sia contenuto nel contratto nazionale. E' probabile che a usarlo saranno le lavoratrici. Certamente conoscete l'azione positiva "Tim Valore Donna" che riguarda l'inserimento di 80 donne di oltre quaranta anni con orario di lavoro part time nell'Azienda Telecom-Telefonia cellulare. L'orario è organizzato con modalità che permettano la conciliazione tra lavoro professionale e lavoro familiare e relative responsabilità. Altri casi a me non risultano. Permettete, però, una riflessione finale del tutto personale sul ritardo con il quale in Italia si adottano queste innovazioni contrattuali, molto diffuse invece in altri paesi europei (penso alla Germania). E che permettono di risolvere problemi che, a volte, sono tanto insuperabili da obbligare molte donne a ritirarsi dal lavoro. A mio parere, uno dei motivi è senz'altro da ricercare nella carente predisposizione al nuovo dei nostri imprenditori, degli amministratori degli Enti pubblici italiani e, purtroppo, anche dei sindacalisti italiani. Un altro motivo è da ricercare nella rigidità delle relazioni sindacali, per cui, ad esempio, i contenuti della contrattazione nei luoghi di lavoro è definita dagli accordi nazionali e, se il Conto Tempo non è previsto, non lo si istituisce. facevo prima il caso del Comune di Roma. A questo si aggiunga poi che tutto quanto ha a che fare con l'orario di lavoro, in Italia, è diventato un tabù, perché i datori di lavoro hanno una fissazione: impedire la riduzione d'orario! Voglio aggiungere, infine, due cause di ritardo che ritengo determinanti e cioè: 1) è troppo esiguo il numero di donne imprenditrici e sindacaliste. Dove si determina questa condizione, è naturale che il tempo sia oggetto di confronto discussione ed è più facile trovare le soluzioni per conciliare lavoro professionale e lavoro familiare delle donne; 2) è troppo poco diffusa in Italia l'abitudine a scoprire quanto accade oltre i nostri con fini e a copiare soluzioni già adottate altrove per lavorare meglio. Insomma, siamo troppo provinciali. E qualche volta, la soluzione dei problemi è impedita da pregiudiziali ideologiche. P.S. in data 10 luglio 2002: tutti i contratti collettivi nazionali contengono ormai la previsione della Banca delle Ore o Conto Tempo individuale.
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- Osservatorio Nazionale delle Banche del Tempo
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